L’ equipaggiamento indispensabile

Oggi ho messo nuovamente alla prova la mia incredibile abilità di essere incosciente. Era già buio pesto e me la stavo bellamente camminando in parte alla strada, manco fossi a casa mia. Mi ci sento così a mio agio in questa zona agricola, mi ricorda casa.

I miei pantaloni ultra tecnologici solo pesano nello zaino.

101_7429Cento euro di equipaggiamento indispensabile. Per camminare. 

Vabbè, io ho imparato, a camminare, con un pannolone indosso e nulla più, ma se ci vuole l’equipaggiamento tecnico…

Un’auto mi si avvicina, non sono affatto preoccupata. Sono tutti così gentili e disponibili che mi sento in colpa a dubitare della loro buona fede, non ce n è motivo. Un signore scende tutto affannato, mi augura buon viaggio e mi regala una frontalina. Quelle luci che si mettono in testa.

Oltre a stupirmi di questo atto di generosità incredibile, mi chiedo se davvero equipaggiarsi serva a qualcosa. Sarà l’esigenza di prevedere ogni evenienza? Pensare al peggio? Prevedere il futuro? Non si sa mai?

Quello che ho concluso è che, a parte tutto l’equipaggiamento, siamo ancora nelle mani della solidarietà dei nostri simili, giusto in caso.

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Condivisione

Sarà che ho una relazione complicata con Tripadvisor. Sarà che ho una relazione complicata con le tecnologie in genere. Fatto sta che, quando lascio casa dolce casa, mi piace guardarmi in giro e cercare a naso i posti migliori. Devo dire che, con un poco di esperienza, la cosa mi riesce pure bene.

Così come amo il rituale di trovarsi con gli amici senza telefonarsi, così, al solito posto, allo stesso modo lascio al caso la scelta dei miei itinerari.

Ed è così che oggi sono capitata nel paesino più suggestivo del Portogallo, dopo una notte davvero scomoda e una mattinata storta, e ho incontrato il bar migliore del Portogallo, dove ho gustato il migliore, almeno per me, Porto del Portogallo. Discave Cafè, mi pare si chiami.

Questo baretto incantevole non è su Facebook. Non si trova in nessun social, in nessun sito internet. Non si trova nemmeno l’allegria di un sorriso e, per quanto utilizzata sul famigerato internet, non si trova nemmeno la condivisione.

 

Fobie generalizzate

Passo per le vie del porto di Lisbona. Amo l’odore che pervade questi angoli ignari dello scorrere del tempo. Uomini con dei berretti bevono Mau nei bar-roulotte, le navi da carico si muovono così lente che mi sembra un’illusione ottica.

Sono qui un giorno solo. Come lo sarò in tutte case che mi daranno ospitalità. Mi torna in mente quel capitolo di Gomorra, sul porto di Napoli. Mi affascina il mistero che si nasconde dietro quei container. Chissà cosa c è dentro. Chissà cosa circola. Chissà di che affari confabulano quei marinai coi berretti. Sorrido pensando alla fobia generalizzata dell’ostello. Prendi i lucchetti, metti tutto in tasca, chiudi ermeticamente tutti i tuoi beni in nascondigli di fortuna…che poi siamo li in quattro gatti e i nostri averi sono tutti uguali.

Cosa ci porta a temere di essere derubati? Sarà l’aria che si respira da tutti i porti del mondo, ma nulla di ciò che posseggo arriva al valore che passa per queste parti. Sarà che mi mette in soggezione preoccuparmene. Conosco i volti sospettosi di chi guarda i forestieri, comprendo bene e talvolta me ne vergogno. Credo che il furto sia un gesto molto delicato da valutare. Lo associo alla fame, alla sopravvivenza. Non a un gioco, ad un brivido adolescenziale o peggio, all’avarizia pura e semplice.

Ricordo il mio primo caro motorino. Sarà passato da un porto? Sarà finito in uno di questi scatoloni? Chi ci avrà guadagnato e quanto? Scoppio a ridere. La poesia che circonda i porti o la mia ingenuità, per fortuna, mi hanno risparmiato dalla fobia generalizzata.20161026_181444

 

In viaggio

Ed ecco Lisbona. Il porto portoghese, una capitale che sembra come abbandonata e saccheggiata in fretta e furia.

Un misto di architettura e una babilonia culturale nostalgica, strade e stradine uniche, antiche, odori di spezie di ogni genere, pochi anziani, seduti su dei gradoni, poche signore con le borse della spesa.

Sono commossa e meravigliata da questa città sconosciuta. Mi sento incredibilmente fortunata. Solo ieri, prima di partire, avevo il tipico stato d’animo annoiato, scocciato, all’idea di dover ricordare i documenti…l’ora dell’aereo…mutande di scorta…

Siamo così. Giovani in viaggio, Erasmus cronici assetati di internazionalità. Così assetati da farne un’abitudine, una routine. Sono così avvezza ad aprirmi il giornale italiano on line che lo faccio anche qui, in questi angoli esotici e romantici.

Solo ieri, mentre sbuffavo cacciando i miei quattro stracci a raffica nello zaino, Calais stava bruciando. La “giungla” di chi non viaggia, scappa, diventa ogni giorno più selvaggia. Fuoco, bombole di gas che esplodono, immagini che scorrono di bambini seduti per terra, con delle ciotole di riso in mano.

Siamo così. Andremmo in capo al mondo a raccogliere dei pomodori, ma a casa nostra non lo facciamo. Ordiniamo la cena dal pakistano sotto casa, con doppia salsa piripìri, ma vegetariana, basta uccidere gli animali, il prozio che uccideva il maiale a novembre ci ha traumatizzato l’infanzia. Anche viaggiare ci ha traumatizzato.

Le associazioni Erasmus dispongono di una equipe di psicologi pronti ad aiutarci a superare la “sindrome post-Erasmus”, l’Unione Europea si occupa degli studenti in mobilità internazionale come quasi nemmeno mia nonna farebbe. Si assicura che ci vengano dati appartamenti economici, ma in centro, che ci siano dei local a consigliarci dove andare a bere, che ci vengano dati i buoni sconto al centro fitness e la carta fedeltà del supermercato.

Non c è spazio per chi emigra, non ci sono i fondi. Ci sono già gli europei che viaggiano. Per chi non ha fatto nessuno zaino, per chi non ha dovuto ricordare il caricabatterie, per chi è semplicemente partito, senza copia del check in on line, per chi pianterebbe, sì, i pomodori e qualunque altra cosa, purché pagato, per chi dorme per terra a Calais non ci sono i soldi.

Ci sono per noi, che facciamo festa20161026_1226311al porto di Lisbona, questo gigante abbandonato in fretta e furia.

 

 

 

In viaggio

Ed ecco Lisbona. Il porto portoghese, una capitale che sembra come abbandonata e saccheggiata in fretta e furia.

Un misto di architettura e una babilonia culturale nostalgica, strade e stradine uniche, antiche, odori di spezie di ogni genere, pochi anziani, seduti su dei gradoni, poche signore con le borse della spesa.

Sono commossa e meravigliata da questa città sconosciuta. Mi sento incredibilmente fortunata. Solo ieri, prima di partire, avevo il tipico stato d’animo annoiato, scocciato, all’idea di dover ricordare i documenti…l’ora dell’aereo…mutande di scorta…

Siamo così. Giovani in viaggio, Erasmus cronici assetati di internazionalità. Così assetati da farne un’abitudine, una routine. Sono così avvezza ad aprirmi il giornale italiano on line che lo faccio anche qui, in questi angoli esotici e romantici.

Solo ieri, mentre sbuffavo cacciando i miei quattro stracci a raffica nello zaino, Calais stava bruciando. La “giungla” di chi non viaggia, scappa, diventa ogni giorno più selvaggia. Fuoco, bombole di gas che esplodono, immagini che scorrono di bambini seduti per terra, con delle ciotole di riso in mano.

Siamo così. Andremmo in capo al mondo a raccogliere dei pomodori, ma a casa nostra non lo facciamo. Ordiniamo la cena dal pakistano sotto casa, con doppia salsa piripìri, ma vegetariana, basta uccidere gli animali, il prozio che uccideva il maiale a novembre ci ha traumatizzato l’infanzia. Anche viaggiare ci ha traumatizzato.

Le associazioni Erasmus dispongono di una equipe di psicologi pronti ad aiutarci a superare la “sindrome post-Erasmus”, l’Unione Europea si occupa degli studenti in mobilità internazionale come quasi nemmeno mia nonna farebbe. Si assicura che ci vengano dati appartamenti economici, ma in centro, che ci siano dei local a consigliarci dove andare a bere, che ci vengano dati i buoni sconto al centro fitness e la carta fedeltà del supermercato.

Non c è spazio per chi emigra, non ci sono i fondi. Ci sono già gli europei che viaggiano. Per chi non ha fatto nessuno zaino, per chi non ha dovuto ricordare il caricabatterie, per chi è semplicemente partito, senza copia del check in on line, per chi pianterebbe, sì, i pomodori e qualunque altra cosa, purché pagato, per chi dorme per terra a Calais non ci sono i soldi.

Ci sono per noi, che facciamo festa20161026_1226311 al porto di Lisbona, questo gigante abbandonato in fretta e furia.

 

 

 

In viaggio

Ci siamo. Il lunghissimo conto alla rovescia per le mie vacanze sta per arrivare alla fine delle sue stanghette sul calendario. Colonna sonora degli ultimi preparativi, più che un placido “sì, viaggiare..”nostrano, un irrequieto radiohediano “take the money, run..take the money, run..”

Nonostante le inquietudini e la gioventù incosciente, questa volta sto (forse) per imparare come si prepara uno zaino.

Inutile dire che prima che la “Piccola Donna Crescesse si sono resi necessari innumerevoli viaggi a piedi con annessa ventina di chili in spalla, aver superato un gate a luglio indossando una tuta da sci nonché perduto ogni mio bene materiale.

Ed eccomi qui, a filosofare sul viaggio e sul concetto di essenziale.

Portare l’essenziale vuol dire mettere in saccoccia le mutande. Vestitino per l’occasione, quelle scarpe col tacco che stavano in soffitta, la rana di peluche per dormire…No. Cambio pratico, dall’asciugatura agile e che non si debba in nessun caso stirare. Abbiamo già il peso di noi stessi da imbarcare, il resto è superfluo.

Dove andare.

Ascoltati due consigli e fattasi un’idea di margine on line, chiudere tutte le relazioni complicate con Tripadvisor o chi per lui. Stiamo andando in vacanza, non a fare il Business plan dei prossimi vent’anni a venire.

Perché chi non va a cercarsi il mondo, non lo scopre. Chi non corre in tempo per vedere un tramonto, lo perde. Chi non domanda, non avrà risposta.

Io viaggio per far bere una spugna assetata di curiosità, per scappare finché posso e per tornare in me, con un pezzo di me in più.

Ulisse diceva “fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Lo diceva, sì, il vecchio saggio, prima ancora dei Radiohead.

 

Siamo davvero cosi?

Sono in coda in tangenziale.

Innervosita dalla perdita di tempo, penso alla lista della spesa, a tutto quello che può o potrebbe servirmi  per le imminenti vacanze, alla giacca leggera ma impermeabile, calda ma tecnica, pesante ma pratica che mi devo comprare, in vista del Cammino di Santiago.

Ascolto scorci della radio che proclama l’arrivo della nuova stagione. La nuova collezione autunno/inverno, il nuovo anno scolastico, libri di testo nuova edizione in offerta al trenta % nei migliori supermercati, saldi da Zara, agende in offerta da tutte le parti.

La coda in tangenziale è in realtà un ingorgo che si è creato per l’affluenza al nuovo Centro Commerciale. Ha aperto oggi, ci sono armadi montabili, divani, vari pezzi di cucina. Tutto a prezzo speciale. Proseguo presa dal pensiero della mia giacca. Finalmente le auto ricominciano a circolare. Sempre più isterica, mi chiedo perché proprio tutta questa gente, oggi, debba comprarsi le reti del letto nuove.

Eh già, che ci fanno tutti qua a comprare cianfrusaglie per la casa? Insomma, ci saranno tante belle credenze a basso costo, ma tutti questi …non hanno già una credenza? 

Essí che, per congestionare una tangenziale a tre corsie, servirebbe che tutto il nord Italia sia rimasto senza cuscini.

La risposta è facile, ha aperto il Centro tal dei tali, ci sono le occasioni speciali. Va bene. Mi reco all’Outlet per vedere alcuni indumenti sportivi, in cerca della mia giacca tecnica.

Ed ecco che arriva questa incantevole commessa, sommersa da venti chili di vera piuma d’oca, che mi mostra tutte le potenzialità del giubbotto Vortice meno 20 (gradi sotto zero, immagino?) e vuole farmi vedere l’ areodinamicità del modello New Winter, e vuole che provi l’ Ultralight Dolomia qualcosa.

Il fatto è che in inverno fa freddo e le giacche per il freddo sono già state vendute e stravendute. Poi queste sono in promozione speciale. Fino a settimana prossima.

Va bene, compro la giacca. Salgo in auto e mi rimetto in processione verso Brescia. La est- Verona-Brescia è il tratto stradale con più esercizi commerciali d’Italia.

Sono più loro che noi.

Lo scenario, quando poi arriva anche quella tipica nebbia autunnale, appare quasi inquietante. Eppure, siamo tutti qui, ogni anno a riempire i nostri appartamenti, sempre più piccoli, di chaise longue sempre più grandi. Alziamo ogni anno di più il riscaldamento globale eppure, eccoci qui, che riempiamo gli armadi di wool, super wool, hiper wool e vari ed eventuali capi d’abbigliamento pesanti.

I migliori restano i fan dell’ Old Style, che, probabilmente a corto di idee, ripropongono il design anni ’70 e riescono a guadagnare bene vendendo delle tute “Think Pink” o i Levi’s 501 di qualche anno fa.Tutt’altro che a corto di idee, a giudicare dai risultati.

Sosteniamo di essere dei giovani squattrinati che vivono in garage di fortuna e vestono degli scarti infeltriti di qualche cassettone puzzolente. Viaggiamo a piedi, ma con gli scarponcini ultra-dinamici. Facciamo l’Inter rail, dormiamo in stazioni, poi tiriamo fuori l’Ipad e ci guardiamo l’orario del prossimo treno.

Abbiamo duemila lavori. Quello che ci piacerebbe, quello che ci da un’introito e il secondo impiego al supermercato 24h.

Riconosciamo volentieri che cerchiamo sempre nuovi stimoli, che andiamo al corso di fotografia, partecipiamo alla stagione del teatro.

Quello che non diciamo così volentieri è che ci vengono puntualmente rinnovati dei contratti part-time, tempo non ci manca.

Siamo la generazione del recycling, dello Sharing, del Low cost, abbiamo tante belle idee su come vivere di più e spendere di meno, avere più tempo e meno lavoro…e avere meno code di paglia e più onestà con noi stessi e con i nostri simili?

Ammettere che siamo cresciuti a pane e nuovi modelli di Play Station? Che se ogni anno non compriamo lo Zanichelli nuovo, aggiornato a stamattina, ci ammaliamo, figuriamoci per il vecchio modello del Mac? Che se Sephora non produce più la crema #truccoma sembradino#, con le molecole effetto “appena svegliate e senza le occhiaie”non usciamo più di casa?

Ma siamo davvero così?

Seguo la coda fino al casello, guardo la mia giacca Hi-tec che spero cammini per me fino a Santiago.

Poi la radio mette quella canzone di Carmen Consoli, che è ancora dagli anni ’90 che dice “Fortunatamente, ho ancora il buonsenso di prendermi poco sul serio” 

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Proseguo ass