Non c è niente da ringraziare

 

Redazione giornale online

È risaputo. A Natale siamo tutti più buoni. Siamo appesantiti e grassi come delle anatre pronte da sgozzare, come quelle che probabilmente ci rimestano nelle budella per settimane. Molti di noi accusano sintomi influenzali o gastroenteriti di varia natura, c’era la zia Teresa, che non butta via nulla, che ha fatto la crema pasticcera tanto buona con le uova scadute.

Tutte belle scuse per conformare il divano alla forma dei nostri culi lievitati davanti alla TV. Le news parlano dell’ attentato “Ah! Mammamia, era qui a Milano!”.

Sì. Poteva e può benissimo succedere qui, a Milano.

Sì, poteva succedere che uno si facesse esplodere al centro commerciale, proprio mentre facciamo la spesa di Natale, proprio mentre compriamo i regali per i suoceri, proprio quando FINALMENTE usciamo dal lavoro e corriamo dal parrucchiere a farci la piega.

Poteva succedere che un maledetto ragazzino frustrato si fumasse una canna di troppo e si montasse la testa. Poteva succedere al nostro vicino di casa che lo lasciasse la fidanzata e che si facesse prendere da strane idee estremiste. Poteva succedere che venisse a fare il teppista alla nostra messa di mezzanotte, a molestarci l’ora del vin brülè.

A me succede spesso di leggere certi titoli, spaparanzata sul divano, e di avere dei conseguenti disguidi intestinali non indifferenti. “Grazie Italia”.

Grazie mille, poliziotto che facevi il turno di notte. Grazie di aver fatto secco un tuo coetaneo.

Grazie per aver scelto il servizio militare e non quell’istituto di grafica che non ti ha dato lavoro. Grazie di essere un poliziotto italiano. Anzi, grazie di essere “Uno di Busto Arsizio”, se non sbaglio il nipote di quella cuggina, quella che si era sposata da quelle parti.

Grazie per aver ucciso un ragazzo di ventiquattro anni, adesso passeremo tutti un Natale più tranquillo.

Io a Natale mi ammalo sempre. Sono delicata di stomaco. Leggo più giornali del solito, impigrita e appesantita sul divano. Non ringrazio nessuno. Non scuso nessuno per il disagio e, a dirla tutta, mi vergogno anche un po’.

Mi vergogno di appartenere allo stesso genere umano a cui appartengono esemplari che si dichiarano sollevati per la morte di un ragazzo della stessa età dei loro nipoti.

Mi vergogno e non li scuso per il disagio intestinale che mi hanno provocato stamani.

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Regali. Quando, dove e come

La fiera del buon costume

 Sono già passati due anni da quella Santa Lucia. Le mie coinquiline sapevano che, per me, il tredici dicembre è una ricorrenza a cui tengo molto, moltissimo, tanto che avrei pagato biglietti aerei costosissimi pur di essere a casa in tempo debito per preparare il tradizionale piatto di farina e uova.

Per chi non provenisse dalla regioni lombardo-venete, si dà il caso che Santa Lucia sia una festività in cui compaiono dei regali per i bambini.

Li trovano la mattina, sul tavolo della colazione. Scorgono le ombre, le forme dei reali nel buio della stanza e accendono la luce. Sorpresa. Dolci e regali.

La tradizione si va poi perdendo. Gli adulti sono soliti scambiarsi regali durante il giorno di Natale, come in ogni angolo del mondo.

Le festività natalizie sono, per i fortunati lavoratori, un paio di giornate di meritato riposo per rimpinzarsi ognuno delle relative prelibatezze locali, che solo le nonne avevano la Santa Pazienza di cucinare.

Poi ci sono loro. I regali.

Non c è cena che scampi allo scambio dei regali.

Il problema è che alcune di queste tavolate sono davvero numerosissime. Alcune famiglie radunano tutti, ma proprio tutti i parenti ed i relativi affini. Ognuno di essi deve ricevere e a sua volta fare regali. Scatta la corsa all’acquisto. Stress, crisi di claustrofobia nei centri commerciali prossimi all’esplosione, conti correnti in rosso…

Poi si spacchetta tutti insieme. Pance piene, vino, zii e cugini che non si vedono e non  si sentono per tutto l’anno e …Sorpresa! Calzini.

Come se non bastassero i parenti, ci si mettono anche i colleghi, tutti i colleghi, anche quelli della filiale in India. Cena, colesterolo e scambio di regali innovativi, internazionali.

La fantasia gioca sul commercio giusto, quello che rispetta i bambini che, invece che fare i compiti, hanno pestato il cacao per fare la cioccolata a noi, che siamo a dieta da un mese per prepararci alla “Grande Abbuffata” e che compriamo il “cesto vegan”, così facciamo il regalo sano e di tendenza.

Tantissime, troppe idee e sempre nuove, ogni anno, per poter dire a tutta questa gente “Non ti conosco”

Il giorno di Natale, proprio il 25 di dicembre, nasceva quella vipera di mia madre. E nata tra le imprecazioni di mia nonna, che aveva già comprato il cotechino per il pranzo e non l’ha potuto preparare, e tra qualche silenzioso malaugurio del personale, di turno in ospedale proprio mentre amici e parenti si stanno dando allo spacchettamento.

Entro il solstizio d’inverno, metto sempre in preventivo l’apertura generosa del mio portafogli e cerco di fare un bel regalo a quella vipera di mia madre. Un regalo che LEI gradisca, ogni anno qualcosa di cui ha bisogno ma non vuole o non si può comprare, ogni anno una dimostrazione oggettiva del mio affetto, per dirle ” Non ti telefono mai, non ho mai novità, ti conosco fin troppo bene e ti evito, ma ti voglio bene lo stesso”.

Dire addio

Superare i tagli drastici 

Sono tanti, tutti, a dover dire addio a qualcosa, a qualcuno o ad entrambi.

Sono tanti, soprattutto giovini a caccia di occasioni, a non sprecare più che un pugno di ore per un trasloco. Pochi libri in due scatoloni, indumenti malamente rinchiusi in un paio di valigie e la caffettiera della mamma nel baule. Sono tanti quelli che vivono il trasferimento con un’euforia che non mi riuscirà mai di condividere, un rapido arrivederci alla vicina, pestano pure la coda al gatto lungo le scale dalla voglia di andarsene.

Quando una storia d’amore arriva al capolinea definitivo, chi non dedica almeno un paio di notti a cancellare istericamente il numero dell’ormai ex dalla lista delle telefonate? Chi non si crogiola nel regresso adolescenziale di eliminare per sempre quei messaggi e quelle conversazioni da cellulari e pc? Eppure c è chi tira un respiro di sollievo, chi non vede l’ora di riconsegnare gli effetti personali all’incomodo partner e godersi finalmente un po di santa pace.

Io ho ancora il coraggio di versare una lacrima malinconica ogni volta che mi capita di riavere sotto gli occhi la foto di gruppo della quinta elementare.

Il viztazo gitano

Ho scoperto in Erasmus quello che viene definito viztazo gitano. 

Mi ci sono immediatamente identificata. Non ho più affrontato con un vano orgoglio i miei traslochi goffi e disorganizzati, non mi sono più vergognata dei miei occhi immensamente tristi al ricordo di quel fidanzato di Dublino, che deve essersi sposato ancora qualche anno fa.

Il gitano torna alla sua piazza. Si assicura di aver caricato per bene il carro, di non aver dimenticato nemmeno un canovaccio da cucina nella polvere, di aver ferrato gli zoccoli, tutti, al cavallo.

Il gitano controlla la piazza che lascia per sempre e parte, sapendo, in coscienza, di aver ottenuto tutto ciò che poteva da quella piazza.

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Sono tornata due volte nella città in cui ho studiato in Erasmus. Ho imbarcato solo la metà delle valigie e ho ripreso due aerei per ricaricare quelle mancanti. Ho ripercorso quei piani di scale un’ infinità di volte per svuotare un armadio composto da due miseri cassetti ed ho rifatto l’ultimo caffè. L’ho pure bevuto in terrazza, rollandomi una sigaretta in tutta calma.

Ho perso tutti i blablacar che avevo prenotato,ho battuto ogni record nei 300 metri di velocità alla rincorsa dell’ultimo autobus per l’aeroporto e, vabene, ho anche perso un’aereo, in quel periodo.

Poi, ho detto addio.

Manca la vacanza?

La vacanza che ti manca.

Il tema pubblicitario ricorrente alla televisione sulle vacanze in crocera gioca sulla doppia valenza del verbo mancare. 

Manca tempo o denaro per potersi rilassare in piscina, rimediamo subito a questa violenza a noi stessi! Oppure manca tanto quella crociera? 

Fatto sta che uscire dalla routine di ogni giorno é necessitá comune, uno sfizio, un piacere per corpo e mente. 

Capita, a soggetti particolarmente abitudinari o ad isterici del tempo libero, che devono visitare fino all’ ultimo monumento, correre per non perdersi il tramonto in spiaggia e bersi fino all’ ultima goccia del vino locale, di desiderare la propria casa al momento di partire. 

Dopo essersi divertiti, stancati e stressati di eccessi e di ore piccole, alcuni sentono la mancanza del proprio letto comodo, con la forma giusta giusta per i loro culi, lievitati durante le cene tardive e men che meno leggere. Alcuni lamentano la cucina locale, rincasano e si mettono immediatamente a spadellare i sughetti congelati che ha preparato la nonna. 

Altri no. 

Ho una cara amica che, in areoporto, ha il curioso vizietto di farsi richiamare per l’imbarco  fino alla terza ed ultima volta prima di lasciarsi trascinare a bordo. Sono curiosa di scoprire quali e quanti rituali di addio alla vacanza esistano tra la gente. 

Quando sento che i miei viaggi sono giunti al capolinea, non sento la voglia di casa dolce casa, ma adoro mettere in ordine i cimeli raccolti. Mi piace da impazzire sperperare l’ ultimo giorno che avrei per ubriacarmi a fare lavatrici inutili, che potrei benissimo rimandare al rientro, arrivo addirittura ad incartare i regali, attivitá manuale per cui non sono assolutamente portata e che, a casa mia, evito in definitiva. 

Apriamo un dibattito. Che fate nel vostro ultimo giorno di agognate ferie? Come dite addio ai luoghi paradisiaci dove trascorrete le vacanze? Vale tutto. Zero censura!  

Denominazione Di Origine Controllata

Il BIO, il VEGAN e quel che direbbe zia Pina 

Dopo vari anni di abitudini goderecce, cibo spazzatura e dopo aver barbaramente saccheggiato il mio stomaco e annessi organi nel giro di pochi anni, mi sono ritrovata anche io, giá, tra quelli con paranoie ai conservanti e quelli che leggono le etichette al supermercato.

Cosí succede a tutti. 

Cercare limitare il consumo di carne, provare ricette orientali a base di zenzero e curcuma, per variare, perfino andare al giapponese e strafogarsi di sushi, magari credendo che sia sano e leggerissimo pesce (apro le sfide al primo che si offra di pagare il conto) é tendenza comune. 

Il mercato corre veloce.

Nella elegante Lugo, una vecchia signora nel cuore della Galizia, tra i famosi bar di tapeo, le celebri patatine fritte con calamari o le tipicissime tortillas, vedo insegne come bio  Vegan o Natur 100% per le vie del centro. 

Nonostante i prezzi, non esattamente competitivi, sono pieni di clienti. 

Entro in uno di questi negozi, anche io attratta da questi reclami Commercio giusto, kilometri 0.

Una bellissima ragazza bionda mi accoglie e mi presenta zucche, ortaggi vari, vini pregiatissimi e marmellate confezionate da sua nonna. 

Mh..”Di dove sei?” Le chiedo. Viene da Barcellona, dall’ altro capo della Nazione. Lei e sua nonna, immagino, se spadella marmellate a kilometri 0 per il triplo del prezzo di una marmellata del super.

Tutti questi trucchetti sono giá stati svelati, giornalisti seri hanno battuto inchieste su inchieste, si sa bene che la natura biologica utilizza i mezzi che ha per sopperire alla domanda. 

É mercato. 

Non mi chiedo perché la gente investa il proprio denaro in questi prodotti. 

La novitá, il pregiato, l’ annata unica e la riserva del ’72 rappresentano un cambio. Spendere per bere il vino imbottigliato dallo zio Tom e mangiare i cavolfiori dell’ orto di zia Tina non ci annoia quanto il vecchio mezzo burger a 1 euro.

L’alternativa ci frega i soldi, ma appaga i nostri sabati sera.

Il fatto é che, durante un non sempre avvincente viaggio a piedi, ho potuto vedere e constatare con i miei stessi occhi che gli allevamenti di questi parti non producono i costosi formaggi locali. Vendono latte a mezzo centesimo a grandi produzioni. Piantano distese di cavoli a duecentometri da stabilimenti industriali, e si mantengono grazie all’ orto di zia Pina, che resta ben distante da que che si vende. 

Eppure eccomi qui, pronta a pagare il doppio del conto per delle rape. Siamo piú contenti, o almeno io lo sono.