Il muro

Nella famosa storia di Sartre, il muro era l’incontro finale, la morte. Arrivati al muro, non ci sarebbe più stata via di scampo. I ribelli, protagonisti del racconto, si sarebbero arresi alla fucilazione.

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Con questo titolo mi alzo l’autostima alle stelle e rendo omaggio a Jean Paul Sartre, filosofo francese ed eccezionale descrittore del labirinto della mente umana.

Non ho studiato storia a sufficienza per sapere quando gli uomini hanno smesso di cercarsi delle caverne in cui abitare ed hanno iniziato a costruirsi delle abitazioni. Quello che sappiamo più o meno tutti è che già gli antichi egizi erano abili muratori, si invadevano, schiavizzavano e ammazzavano. E tiravano su dei bei muri.

Il mondo dell’edilizia non si è sbizzarrito, non si è sprecato con le fantasie. I cinesi, grandi lavoratori, hanno anticipato l’arrivo di Gesù e, per star sicuri, si sono costruiti la loro bella muraglia. Poi, con calma, dopo aver mangiato, digerito e finito le bottiglie del vino arrivano i vecchi romani a mescolare la calce.

Non siamo mai cambiati. Tanta scuola, mille scoperte, l’America.

Eppure, siamo ancora qui. I ragazzi del muretto si sono appassionati e pensano di costruire, coi loro muri, un mondo migliore. 

Tra il proletariato di Belfast,  che con i “peace lines” (muri di pace) di pacifico regalano solo squallore all’architettura, e i baldi giovani degli anni ’80 berlinesi, che hanno preso il muro a martellate e si sono portati a casa dei pezzi come trofeo, non possiamo permetterci di fare gli snob europei.

Sta di fatto che nessun telegiornale ci ha ancora detto che, per berci un Margarita, pagheremo qualche centesimo in più. Eh, sì, il postino che lancerà Tequila e lime da una parte all’altra del muro di confine Messico-USA vorrà ben uno stipendio.

Imagen relacionada E quindi, berremo meno Tequila. Tutta salute.

In fin dei conti, se agli occidentali stanno antipatici i messicani non c è da sperare che ci invitino tutti a giocare al salto del muro e poi a fare l’aperitivo.

Peccato, perché io adoro la cucina (-.-” e la movida) messicana. Immagino che la amino anche alcuni miei coetanei statunitensi, ma non ci hanno pensato.

Hanno preferito proteggersi dai ladri, difendersi dai lupi mannari e tirare su un altro, l’ennesimo, muro della paura del niente.  

Per consolarci, invito tutti quelli che pensano che i muri servano a cacciare gli immigrati cattivi a bere meno Tequila e a stare a casa a guardarsi un gran bel film. Good bye Lenin, Germania, 2003.

La buona scuola

Promozioni, riforme, incentivi, rivalutazioni

La Scuola è alle prese con i buoni propositi per l’anno nuovo. Qualcuno dice che la Befana porterà in dono delle riforme in positivo, porterà insegnanti di ruolo, tecnologie avanzate e farà resuscitare Foscolo.

Da parte mia, potrei vantarmi della mia camaleontica carriera da studente. Soffro di noia facile e, lo ammetto, mi piace gironzolare, anche per corsi di studio. Mi capita troppe volte, così, di provare una profonda delusione per come vengono trasmessi gli insegnamenti che più mi incuriosiscono, per la banalità con cui si citano date di nascita e morte di scrittori, filosofi e poeti.

Insegnare male significa creare disinteresse, produrre un’assoluta apatia nei confronti della conoscenza. Basti guardare gli occhi insoddisfatti di un bambino quando gli si dice “non sono affari tuoi”.

Ecco, insegnare male è come essere una Befana crudele che porta solo carbone, magari nemmeno dolce.

Per fortuna che mi piace davvero tanto gironzolare, perché in questo modo ho conosciuto dei grandi maestri. Non ho mai ringraziato e non ringrazierò mai abbastanza la mia austera professoressa di inglese del liceo. Vorrei dirle che, ora che l’inglese lo insegno io, prendo sempre ad esempio quell’insistenza per cui si faceva detestare. Cerco sempre di comunicare quel”ma come fa a non importarvi?” che notavo dietro ai suoi occhi colmi di disappunto quando non facevamo i compiti, cerco sempre di far capire che non si può vivere bene se si ignora tutto quello che succede davanti alla porta di casa propria.

Ecco, cerchiamo di insegnare bene. Nessuno zittirebbe un bambino vivace che chiede sempre “perchè?” “come funziona?”. Ecco, cerchiamo di non prendere a bastonate morali questi marmocchi. 

Mio fratello, un adolescente già di per sé irascibile, ha ottenuto la pubblicizzatissima “diciottapp”. Si tratta di un fondo economico volto ad incentivare i giovani a comprare libri e ad avvicinarsi ad alcune manifestazioni culturali. Non ne ha potuto usufruire, però, per acquistare un dizionario di spagnolo in internet, perché il sito era, appunto, spagnolo. Ha sborsato il 50 percento in più per procurarsi lo stesso prodotto attraverso un negozio italiano on line. Stessa età hanno i ragazzi a cui do ripetizioni.

Ogni anno mi trovo per le mani edizioni nuove e manuali con CD Rom identici gli uni con gli altri. Quale sarà il vantaggio di possedere il testo del 2017 N° Pincopallino? Sembra fondamentale aggiornare l’eredità di Shakespiere o aggiungere la nota 250.000 di Tizio sul Don Chisciotte, piuttosto che fare l’immane fatica di renderli interessanti agli occhi degli studenti.

Diciotto anni è un’ età ragionevole per rendersi conto che la “App” non serve ad altro se non per procurarsi le antologie con le illustrazioni in 3D che chiedono i Prof e non per andare in città alla “Giornata dell’Arte”, piuttosto che a vedere uno spettacolo in teatro, puntualmente troppo costoso o, comunque, non convenzionato. Figuriamoci se andare ad un concerto possa mai essere considerato una manifestazione culturale, secondo l’App.

Facciamo che aiutare le industrie editoriali è pur sempre un modo per promuovere la cultura, serviamola così, come un piatto di “Cotto e Mangiato”.

Facciamo che non ci chiederemo perché l’alloggio in una residenza universitaria può risultare più caro che non un ostello che offre gli stessi servizi, facciamo che non ci chiederemo come mai non si offrano gli spazi immensi delle aule universitarie ai musicisti, né perché sorgano come funghi copisterie e librerie all’interno di aule studio (libere e gratuite).

Facciamo che non siamo più bambini curiosi che continuano a molestare con i loro mille “perché”.

Aula studio di via San Vitale a Veronetta (VR). Chiusa al pubblico dal 1 maggio 2016.

 

Partecipazione

Quello che molti non sanno sulla pacifica vita rurale è che, quasi sempre, gli stessi che la vivono non perdono occasione per “aggrapparsi” al resto del mondo. Installano antenne paraboliche più grandi delle loro case, si comprano dei maxi schermi al posto del televisore se non montano direttamente un cinema in salotto…

Io, nella mia vecchia fattoria, non degno di uno sguardo né i campi di grano fuori dalla finestra, né gli asini semi affamati. Prima di tutto, c è il notiziario.

C è quella mia corregionale, la Camusso, che rilascia dichiarazioni prolisse. La sento a malapena dire “partecipare”.

Partecipare, che verbo affascinante.

 

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La memoria scorre veloce. Le discussioni accese con mio padre, un ex studente degli anni ’70, gli scioperi contro le riforme che hanno imbruttito la nostra scuola, tra le migliori al mondo.

Ricordo le manifestazioni al liceo, gli slogan e i complimenti che si sono presi la Moratti, Fioroni e la Gelmini. Tutta gente piuttosto abituata e pagata per prenderseli.

Ebbene sì, gli studenti sono cresciuti e sono andati a lavorare. Hanno preso dei voucher. Suona come se avessero preso delle sberle. Eh sì! Sberle sul muso ti prendi quando sei giovane, colmo di idee e di entusiasmi, e non ti si degna nemmeno della “mancia”.

Nasce il malcontento. Qualcuno protesta. Si manifesta. Qualcuno organizza incontri, creano eventi su Facebook, poi scattano foto con l’I-phone e le condividono su Pinterest.

Quando arrivano ragazze con i vecchi Levi’s 101, mi sembra di trovarmi nel mezzo di un set cinematografico, di recitare una parte un film sul ’68.

Forse dovremmo riflettere sugli errori dei nostri padri. Forse loro non hanno fatto errori, hanno vissuto il loro tempo e hanno cercato le soluzioni migliori ai loro problemi.

Forse l’errore è nostro, che crediamo di risolvere i nostri, di problemi, con i loro mezzi. Forse dovremmo smettere di manifestare. Dovremmo smettere di fare foto con l’I phone e di comprare i Levi’s. Dovremmo smettere di lavorare. Dovremmo partecipare tutti ad una giornata in cui alziamo le mani.

Non facciamo benzina. Non diamo lezioni private a nessuno, non serviamo caffè a nessuno,non facciamo pubblicità per nessuno. Partecipiamo ad una manifestazione in cui tutti stanno a casa loro. Non compriamo sigarette, non passiamo dal super e non andiamo al bar.

Mi chiedo cosa ne direbbe la sindacalista Susanna se, per un giorno, tutti i lavoratori precari d’Italia avessero la gastro-enterite, se tutti i camerireri a voucher avessero rotto la macchina, se nessuno si presentasse a prendere la sua dose quotidiana di sberle sul muso, per un giorno.

Mi chiedo se essere meno ricattabili e dare più valore alle nostre idee e ai nostri entusiasmi non sia la protesta migliore contro chi non fa altro che svilirle.

 

Adeguiamoci

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Rieccomi a riflettere sulle festività, sui raduni parentali, sulle abbuffate collettive e sulle sbronze “come ai vecchi tempi”.

 Non c è rivista, programma televisivo o cartello pubblicitario che non perda occasione per costringerci a sentirci  tutti in colpa per gli eccessi natalizi.

Il peggio è che HANNO RAGIONE.

Non c è bresciano che non abbia iniziato un lenta e sofferente conversione al veganismo. Hanno ammazzato il maiale, fatto gli insaccati, mangiato il salame in cantina dall’anno scorso , infilzato lo spiedo, addentato lo zampone. Dopo aver spazzolato anche le orecchie della povera bestia, per un mese, i bresciani sono tutti a dieta.

I PARENTI in pensione neanche immaginano quanto lavoro arretrato ci resti da sbrigare, gli amici del vecchio campo sportivo non hanno idea dei libri che fanno polvere sui nostri comodini, in attesa di essere degnati di uno sguardo vigliacco, in prossimità della sessione d’esami.

IL PROBLEMA è che, per tutti i lavoratori e gli studenti del mondo, il solstizio d’inverno non è esattamente il momento migliore per attaccarsi alle bottiglie e dimenticare.

Le attività commerciali hanno dei conti da far quadrare. Tra un brindisi e l’altro, è tempo di bilanci, non solo di buoni propositi.

Gli studenti universitari hanno sullo stomaco la sessione di gennaio, i commessi dei negozi non hanno fatto regali a nessuno, stanno ancora sistemando la merce in saldo.

Tutto questo scatena il panico tra la popolazione, divisa tra la dedizione al dovere e l’amore familiare, i compagni di liceo e zia Margherita, che ha fatto la torta.

LA DOMANDA é perché non celebrare queste rimpatriate in date più consone.

Esistono mille occasioni cristiane e pagane da omaggiare. Sicuramente la zia non si offenderà se, invece che spadellare tutto il giorno proprio il 25 dicembre, le chiediamo di sgozzare il tacchino a novembre.

Si potrebbe boicottare il viaggio romantico di San Silvestro ed escogitare una vera e propria fuga d’amore tra il 25 e il 31 gennaio.

LA SOLUZIONE per non fare regali sgraditi a causa della fretta, della coda in cassa o di un’offerta eccessiva e fuorviante  è molto semplice. NON FARE REGALI.

Possiamo sempre farci venire delle ottime idee regalo per la nonna Maria nel giorno del suo onomastico, o per il suo compleanno, o a Ferragosto.

Ce ne sono tanti di modi per godere davvero della propria famiglia e dei propri amici. Primo tra tutti NON FARLO A NATALE.

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