Trasporti pubblici

Non vi scuso per il disagio

Piú aumenta la connessione remota e i contatti in cloud e piú diventa difficile spostarsi. Inutile dire che l’essere umano non é fisicamente progettato per trascorrere la sua esistenza dentro uno stabile, tra un letto e una poltrona, nemmeno il piú inguaribile dei nerd, nemmeno a Milano, durante la Settimana della moda.

Tutti quanti, nessuno escluso, abbiamo dovuto viaggiare e quasi sempre con un mezzo pubblico. La qualitá dei trasporti fa parte degli indici che stabiliscono se una cittá sia vivibile o meno e, se si lavora in centro, si puó ben intuire il perché. 

Rattrista sapere che da parte dei Grandi Capi (governo e istituzioni) non ci sia tutto questo interesse per noi poveracci, che prendiamo i mezzi pubblici. Cosí, mentre i tassisti saltano in braccio ai loro sindacati e se la prendono con Uber e negli aeroporti tira una brutta aria, noi restiamo qui, con i piedi per terra. 

Rimaniamo in stazioni sporche, per cui bisogna pagare un euro per andare in bagno, rimaniamo in attesa, ad aspettare treni che non passano o passano tardi, per chi lavora, troppo tardi. 

Da queste interminabili attese, peró, in qualitá di cittadini qualcosina abbiamo imparato. La tanto denigrata Uber app ci sta facendo risparmiare,   tant’ é che, da una parte, il governo vuole battere cassa e chiedere anche lui la sua fetta di torta, dall’ altra i tassisti si ritrovano senza disperati da spennare.

La condivisione dei mezzi di trasporto nasce dagli stessi viaggiatori su iniziativa spontanea, non ci sono guadagni ma solo risparmi. Rattrista che si voglia tassare un meccanismo di solidarietá volto solo a congestionare molto meno le strade. Ai taxi restano i ricchi, quelli che possono ancora permettersi di alzare la mano e urlare “taxiiiiii!”

Sono pochi, ‘sti ricchi, mentre gli iscritti a blabla car iniziano ad essere una discreta maggiorranza. Va da sé che i topi da Parlamento s’ intrufolino  in internet e si rosicchino la percentuale, ma almeno quando siamo noi ad avere dei soldi in tasca, abbiamo noi il coltello dalla parte del manico. Siamo noi che preferiamo dividere un viaggio in auto piuttosto che sottostare ai prezzi in aumento dei biglietti del treno, siamo noi che non prendiamo piú il taxi, siamo noi che rispolveriamo la vecchia bici e siamo sempre noi a ritornare ad essere solidali tra di noi e a non scusare nessuno per il disagio.

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Banff 

La montagna che contagia il mondo

Nella cittadina di Banff (Alberta) in Canada, dal 1975 viene omaggiata la natura nei suoi limiti piú estremi. Un numero veramente effimero di fotografi, alpinisti scrittori e videoreporter che non temono il freddo presentano immagini di una natura che solo chi é veramente sportivo e coraggioso puó vedere con i propri occhi, per questo si contano sulle dita delle mani. 

Pur essendo una manifestazione di nicchia per gli amanti delle vertigini e della montagna, forse per la pericolositá oggettiva dei contenuti o piú probabilmente per la meravigiositá di questi ultimi, l’ idea é piaciuta e cosí tanto che oggi il “Banff world tour” é un festival mondiale.

Perfino qui, nella minuscola cittá di Brescia, “Banff Italy tour” celebra il suo quinto compleanno. Non capita tutte le sere di riempire il Teatro Sociale, almeno da queste parti. Sará che noi siamo oggettivamente  circondati da montagne e da rocce maestose, sará che, quasi per tradizione, ci piace arrampicarle, ma anche se la stragrande maggioranza preferisce pane e salame in cittá a imitare certi sportivi, gli piace vederli tuffarsi in dirupi colmi di neve immacolata. 

Ospite d’onore l’arrampicatore vicentino Silvio Reffo, uno spilungone che si é fatto conoscere in tutto il mondo per aver chiuso un nove A ( per chi non arrampica significa essersi attaccato come un ragno su pareti molto lisce) che introduce la storia miracolosa di Paul Pritchard.

Paul era un climber di fama mondiale prima di subire una lesione celebrale sul Totem Pole, un curiosissimo lastrone di roccia che sorge dall’oceano in Tasmania, dopo diversi anni, supera gli inconvenienti che gli ha causato l’incidente e ritorna sulla cima. Cirondato da compagni e da amici, Pritchard dichiara che quella caduta e quella lesione al cervello sono stati  doni preziosi nella sua vita, grazie a cui ha potuto alzare gli occhi e scoprire quando amore lo circondasse. 

Non solo avventura e non solo estremismo, il Banff regala sempre l’emozione e la commozione di chi l’ha creato ed ha scelto di condividerlo, con noi, sulle poltrone del Sociale.

Il dolore degli altri

Il retroscena della rinomata serie televisiva “Braccialetti Rossi”. Il format nasce dall’interpretazione dell’omonimo libro di Albert Espinosa, lui stesso vittima di cancro e scrittore di successo.

Sono appena uscita dal “Moretto”, il cinema del centro di quelli che bazzicano a Brescia. Davano “Moonlight”, un pluripremiato film di Barry Jenkins. Quartieri di neri, disagio sociale, mosse e spallate da gangsta. La tematica principale ruotava tutt’intorno al ragazzino omosessuale, ai compagni di scuola che lo prendono in giro, alla madre sola e tossicodipendente, mancava solo la Pubblicità Progresso  contro il bullismo nelle scuole medie.

Nonostante insista sempre per trascinare i miei amici a vedere film est-europei estremamente neo-realisti, non ho mai subito tutto questo fascino per il drammatico, forse perché, per sua natura, il Realismo può risultare drammatico per il pubblico, ma non vuole puntare sulla commozione facile ad ogni costo. Il mio film preferito di sempre è, infatti, “Slovenka/Slovenian Gilr” di Damjan Kozole, una storia amara ed incredibilmente triste in cui, però, la protagonista non muore, anzi, resta sana come un pesce e non versa neanche una lacrima.

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Nina Ivanisin in una scena del film “Slovenka”

Immagino poco un Zola  che descrive il dramma di un ragazzo di colore o un Verga che lancia messaggi pubblici ai bulli, grandi protagonisti dei programmi televisivi di attualità.

La mia perplessità, dopo aver fatto un pieno di tragedia cinematografica, è una sola. Quanto ci piace,in realtà, la tristezza degli altri?

Avevo in canna questo dubbio già da alcuni giorni, dato che da circa una settimana i canali Rai stanno pubblicizzando come non mai la messa in onda del cine-documentario “I ragazzi del Bambino Gesù”, un calco della famosissima serie “Braccialeti Rossi”, ma reale, insomma, girato all’ospedale.

Per coloro che, come me, non passassero le loro serate davanti al mini-schermo, ma avessero una sorella adolescente patita per i telefilm su dei giovani malati di cancro, sappiate che “Braccialetti Rossi” è stato un Cult della Televisione italiana nazionale e che, per l’appunto, vedeva come protagonisti degli adolescenti malati. Non mi soffermo su altri dettagli che non conosco e non desidero nemmeno approfondire in questa sede.

Quello che continuo a chiedermi è se e quanto l’uomo sia attratto o incuriosito dalla sofferenza altrui e perché.  

Immagino che fior di psicologi sappiano ben rispondere alle mie domande, io rimango con l’amara impressione che, dietro a volti compassionevoli e contriti, ci sia un generico “poveri LORO”.

Dietro a formule di comune buon educazione e sensibilità, quando si tratta di cinema, immagini televisive, giornali, fotografie, dubito che non ci sia un Lucignolo remoto nel nostro cervello e che questo non ci dica “MENOMALECHESONOLORO”. 

In parole povere, quello che i Mass media hanno fatto con la cronaca non é stato altro che dare un megafono, a livello di concetti, alle vecchie signore in panetteria, che dalla notte dei tempi spettegolano su chi è morto o su chi è andato in fallimento.

Spettacolizzare il dolore, un piatto stellato che non passa mai di moda, a quanto pare. 

Barbara Bobulova e Sergio Rubini in una scena tratta da “Mirka”, di Rachid Benhadj.
Il film che tratta di una realtà post- conflittuale nella ex Jugoslavia, la prima guerra al mondo ad essere stata documentata con telecamere e trasmessa sui canali televisivi di tutto il mondo. La prima guerra ad esse stata anche un evento mediatico.

Cartacanta

L’Università, gli enti pubblici e una difficile storia d’amore con la burocrazia

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Chi non ha mai sognato di entrare nell’ufficio postale del buon Horace, quello della serie “La signora del West”?

Ho sicuramente subito dei traumi infantili guardando quel poveruomo che telegrafava, trascriveva, archiviava, perché quando sono cresciuta ho maturato un’assoluta repulsione per i documenti e le burocrazie.

Sto per andare a pagare la mia ennesima multa. L’ho presa sulla tangenziale in direzione Verona, dove sono stata circa una decina di volte e quasi tutte per consegnare del ciarpame. Nessun convegno, nessun concerto, nulla di interessante se non consegnare dei fogli, delle ricevute, delle marche da bollo.

Dovevo recarmi, di persona, a consegnare una quantità considerevole di fotocopie di certificati reperibili on-line. Delle pagine web del sito universitario, nulla che contenesse dei segreti di Stato.

Serve la fotocopia, va bene. Serve recarsi di persona dalle ore 10.00 alle ore 12.00 all’ ufficio X con pagine web accuratamente stampate. Va bene.

Arriva una multa a casa.

Stavo correndo troppo per sbrigare la faccenda molesta. Per pagare la suddetta penale è necessario presentarsi alla sede dell’ente comunale ilmedioevoéconnoi con copia cartacea dei miei dati personali e ricevuta di pagamento, anch’essa cartacea. Vogliono comprovare, nero su bianco, che sia effettivamente andata in posta a fare la coda, a compilare il foglietto e a pagare in contanti.

Chissà se riuscirò a non eccedere di velocità lungo il viaggio per questa antica prefettura. Ci sarebbe, almeno, un interesse economico dietro a tutto questo infinito processo burocratico, ma non c è.

L’unica motivazione logica dietro a tanto inchiostro su carta è un amore nostalgico per i faldoni e per gli archivi.

Perfino l’ufficio delle Relazioni Internazionali, che si vede obbligato ad usare la rete per gestire carriere universitarie, dottorati e programmi di ricerca all’estero, vuole tenere in ricordo le fotocopie nello scantinato.

Migliaia di collaboratori, ricercatori e studenti si avvinghiano, così, alle copisterie di mezzo mondo, per portare alla segreteria dellapina i loro trofei.

A cosa serve, quindi, la condivisione in internet, i contatti in cloud, la telecomunicazione, quando poi, nella vita quotidiana, timbriamo cartellini, esibiamo carte d’identità e stampiamo anche gli scontrini? 

Caso strano, questo degli enti pubblici e della loro relazione complicata con l’informatica.

La mia, di relazione, sarebbe già tramontata da un pezzo se non trovassi scuse ogni giorno per tornare da lei, la fotocopiatrice, a compensare le mie insicurezze.

Grazie a lei, oggi tutti i comuni del triveneto sanno qual’è il mio codice fiscale. Grazie a lei, la mia università sa che ogni tanto la frequento e, grazie a lei, ho una regolare patente di guida, sono una cittadina italiana. Grazie a lei esisto.

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Quando mi ritrovo in balia delle scartoffie dimentico tutto, il disordine per la stanza, l’appuntamento dalla parrucchiera, l’esame di dopodomani. Mi vorrei solo abbandonare all’irrefrenabile impulso di rendermi irriconoscibile, evadere, stracciare i documenti, anche solo per vedere se davvero sarebbe così facile, altro che ciber spionaggio.

Poi penso a lui, al caro vecchio Horace, che fino all’esaurimento nervoso (nella serie televisiva finisce davvero così) ha perseverato nelle sue pratiche mansioni, nel cuore del Selvaggio West, e mi sento una specie avventuriera anche io.

Con tutte queste cartellette in mano sento che il mondo mi nota, che sono importante, sicuramente, per tutto il personale addetto all’archivio dei miei dati personali e di quelli di un altro migliaio di persone.