Mamma ho perso l’aereo

United Airlines non lascia salire a bordo due ragazzine in leggings. Chissà le mamme che le aspettano a casa cosa avranno pensato. 

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Ieri mattina, i telegiornali di tutto il mondo hanno spiattellato lo scandalone di United Airlines, all’ areoporto di Denver, che non ha ammesso in cabina due adolescenti dirette a Twin City.

La ragione? Nessun arma nucleare, nessuna bomba nascosta nelle mutandine, nemmeno un rasoio nelle borsette. Avevano dei leggings, dei fuseaux, dei pantaloni della tuta stretti. 

Non sono mai stata una femminista che grida al diritto delle donne di far questo o quello, non ho nemmeno pensato ad uno di quei dibattiti sulle pari opportunità o sull’odiatissimo velo islamico nel sentire questa notizia. Insomma, posso capire che non si lasci salire su un’aereo una donna in burqua, di fatto, irriconoscibile. Ma considerare dei leggings un dress code inappropriato, ad un viaggio in aereo, poi, non ad una visita ai musei vaticani, mi pare eccessivo.

Da viaggiatrice cronica, non posso che essere terribilmente solidale nei confronti di coloro che hanno vissuto situazioni bizzarre in aeroporto. Tutti ne hanno combinata una. L’ultima mia prodezza, attualmente pubblicata su tutti i social media cinesi credo, è stata indossare una tuta da sci a luglio per poter passare il check in senza pagare la maggiorazione prevista per il peso del bagaglio. Dovevo togliere qualche cosa dalla valigia, ed ho tolto la tuta da sci, l ho messa, ho passato il check in, l’ho tolta e l ho infilata di nuovo nello zaino. A parte quel centinaio di turisti cinesi che ridevano di me e scattavano foto, nessuno si è posto grossi problemi all’imbarco, anzi, credo siano proprio abituati a questo genere di out fit.

Saranno stati così succinti questi leggings da giustificare la perdita d’acquisto di un biglietto di trasporto?

Insomma, io non credo, a prescindere, che per una futile questione di buoncostume si debba negare l’accesso ad un mezzo di trasporto pubblico, un servizio per cui si è pagato, una necessità quotidiana di molti, se non di tutti, donne in tuta e in tailleur.

Care ragazze, la prossima volta comprate un biglietto del treno. Non date più un centesimo ad una compagnia aerea che vi fa storie se siete vestite poco, ma magari anche se siete vestite troppo.

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Lo shopping

L’assurdo piacere di procurarsi oggetti inutili

Decolletees modello Minerva in pelle color cuoio traforata con listino a T, cinturini, nappine decorative e plateau

AAA: chiunque abbia intenzione di vendere delle scarpe simili a queste mi scriva, mi caghi, mi inviti a farsi offrire l’aperitivo!

Ebbene sì. È arrivato il momento di comprare delle scarpe nuove. Non voglio presentarmi alla mia festa di laurea senza dei bei tacchi vertiginosi che, almeno in apparenza, diano importanza al mio mezzo metro di gambe.

Ho sempre amato le mie cose in modo ossessivo. Mi piace ciò che mi ricordano, l’occasione in cui ne sono entrata in possesso. Ci metto poesia nell’amore che ho per i miei cimeli.

Questa volta, comprare delle nuove scarpe farà parte di un periodo di grandi viaggi avanti e indietro da tangenziali trafficate, tra un colloquio di lavoro e l’altro. Viaggi nervosi, carichi di aspettative, viaggi pensierosi. Passo per la vasta zona industriale che ospita due mastodontici parchi commerciali e voglio dare un senso logico a questo mio viaggio, voglio tornare a casa con la sensazione di aver concluso qualcosa, una qualsivoglia cosa che non sia un “la richiameremo”. Sterzo al volo, a fare shopping nel centro commerciale.

All’interno di questi edifici giganteschi deve esistere tutto, ma proprio tutto, quello che un essere umano possa mai lontanamente penare, nel suo conscio e inconscio, che gli sia utile.

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Una persona potrebbe nascere, crescere e morire lì dentro, senza mai portare due volte gli stessi pantaloni. Potrebbe mangiare cibi da tutto il mondo, senza spostarsi mai dalla panchina della hall. Ragazze bellissime che ti sorridono come la tua amica del cuore ti invitano a provare creme, occhiali e dolcetti.

Alcune di loro offrono alla gente che entra nei negozi d’abbigliamento delle borse della spesa, come se questi dovessero comprare tutta una cabina armadio. Ci sono ottime offerte, infatti, ma poi, cosa mai se ne faranno di tutti quei capi di vestiario?

Magliette, pantaloncini, accessori a pochi euro, sono oggetti destinati a perdurare nel tempo, ma a quanto pare no. A quanto pare, orecchini in plastica 100% bio devono essere il super-food del 2017, perché se ne comprano cinque o sei paia alla volta. Saranno da mangiare?

Devo davvero comprare due cosette anche io. Tutte queste luci e colori mi fanno sentire improvvisamente sciatta. Scopro, così, che in tutte e 35 le gioiellerie del centro non esiste un cordoncino in cuoio per il mio ciondolo di Snoopy, ma nemmeno una catenina che non sia in cartapesta. Scopro che nei numerosi atelier di calzature è già agosto, perché delle scarpe chiuse non si trovano più, ma in cambio c è una vasta scelta di sandali ( a metà marzo).

Stanca, abbattuta dalle luci al neon e delusa, esco dai duemila negozi del centro commerciale, a mani vuote.

Cercavo una scarpa piuttosto classica, ma c’era di tutto meno che quella, e scommetto che anche le anime che passeggiano per questi lunghi corridoi, tra un acquisto e l’altro, spesso riempiono borse della spesa di ciò che gli viene offerto, così, sulla punta delle dita. Poi se ne vanno, senza aver trovato quello che cercavano.

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I vecchigiovani

Giovani e lavoro

“Quac che sire suen’ saltae i fos per el lonk'” (Quando ero giovane, saltavo i fossi per il largo) Detto bresciano

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Domenica mattina. Sveglia pigra e programmi televisivi di intrattenimento. Dibattiti. L’ordine del giorno sembra proprio essere la mia generazione. Si chiacchiera di giovani, di figli, di nipoti senza un lavoro fisso, che vivono di espedienti o di contratti che durano solo pochi mesi.

Capisco che si tratta l’argomento, perché ne ha parlato il Papa e, di conseguenza, le telecamere e i microfoni del mondo intero si sono fiondati a lanciare slogan di propaganda pro-occupazione giovanile.

Dobbiamo reinventarci, dobbiamo correre incontro all’offerta, formarci, dobbiamo adeguarci a quel che offre il mercato del lavoro, dobbiamo specializzarci e poi…

Poi diventiamo vecchi. Esperti e vecchi. A differenza dei vecchi di oggi, noi diventeremo dei “vecchigiovani”.

Saremo sempre in crescita, magari pure con tanto bell’entusiasmo, sempre in corsi e in stage di formazione, sempre iscritti all’ennesima laurea specialistica in attesa che qualcuno risponda alle nostre offerte di lavoro con un briciolo di serietà.

La domenica, cerco sempre di fingere del salutismo da quattro soldi bevendo del caffé d’orzo, che detesto, ma dicono che fa bene e che non provoca l’agitazione della caffeina. Per fortuna, almeno non defenestro il televisore e, con lui, questi irritanti vocii sulla disoccupazione giovanile.

Ripenso amareggiata a come ho trascorso l’ultima settimana. Ho sostenuto ogni giorno uno, se non più colloqui di lavoro e gli unici che mi hanno proposto un contratto erano commerciali diretti, ovvero venditori.

Si tratta di quei ragazzi con sorrisi infiniti che placcano la gente fuori dal supermercato e gli propongono l’affare. Capisco che siano sorridenti e anche che siano convinti al trecento per cento di ciò che dicono, ma sempre si tratta di sorrisi infiniti. Non si tratta di lavoro, di sicurezze e di collaborazione continuativa dedita ad un progetto.

La collaborazione continuativa con un gruppo crea il famoso “team”, parola sempre più di moda 

Ripensando all’ultima settimana, però, tutto ho visto meno che un team, tutto ho visto meno che un gruppo affiatato, che lavora insieme da tempo e vede anche di ottenere determinati risultati.

Ho visto tanti sorrisi, tante idee, ma grande confusione nel realizzarle. Ho ascoltato grovigli di prestiti linguistici che tentano di definire figure professionali sempre più precarie e ho sperato in tutte le lingue che i miei interlocutori capiscano che cerco semplicemente un lavoro. Una attività che occupa il mio tempo per 365 giorni all’anno escluso festivi, che mi tuteli nel caso mi spacchi una gamba, che non mi lasci per strada se rimango incinta.

Poi potrei anche parlare di ambizioni giornalistiche, di sogni, di crescita professionale e anche con tutt’altro approccio. Crederei davvero nei miei progetti, creerei davvero un gruppo di lavoro, se di lavoro si parlasse. Se non si parlasse di un gioco, di una prova.

Siamo noi, i “vecchigiovani”, quelli che si reinventano, fanno l’orto bio, girano l’ Europa e poi…

Poi ricominciano tutto da capo.

 

 

 

Madri e questioni di coscienza

Affari tutto meno che nostri

Mi sembra maleducato e fuori luogo scrivere di natalità, di donne che vanno in cliniche del nord ad acciuffare la cicogna, di fuggitive che abortiscono e di coppie omosessuali a cui vengono affidati dei minori. Mi sembra maleducato e fuori luogo, perché in ognuno di questi casi, si stanno sperperando chiacchiere su affari che sono tutto men che nostri.

Nel bene e nel male, nella vita e nella morte, nella gioia e nel dolore e ben più che in ogni altra occasione, quello che lega una famiglia, quel rapporto unico tra una mamma alla sua creatura, rimane e deve rimanere per sempre come il più grande mistero dell’universo.

Questa sera non mi andava proprio di stare a sentire la carrellata di servizi al TG, prima sulla sentenza pro-gay di Trento, poi sui ginecologi che obbiettano di coscienza, poi sulle cliniche svizzere e, ciliegina sulla torta,  sui dati drammatici del crollo della natalità in Italia.

Non mi va di sentire che leggi costruite su una base oggettiva, laica e, ahimè, economica vengano passate per sommi quesiti filosofici sull’etica morale.

Le regole vengono poste per creare beneficio a chi le segue, le leggi servono per non rendere noi tutti degli animali gli uni con gli altri, disposti ad ucciderci tra forti e deboli e a vedere chi riesce a saccheggiare il più possibile.  L’etica morale dovrebbe essere quella che non punta telecamere su Dj Gabo, dovrebbe essere quel comune senso di pudore e riservatezza che circonda la sofferenza di un individuo.

L’etica morale dovrebbe essere il rispetto, se vogliamo religioso, dell’altrui dolore.

Altra cosa sono i governi e le politiche che vanno e vengono, quelle devono tenere in considerazione questo silenzio, questo rispetto, sono convenzioni che creiamo perché ci convengano e non perché ci screditino, non hanno nulla a che vedere con le nostre case, le nostre famiglie, i nostri affetti più cari.

I Grandi Capi devono fare in modo che esistano gli strumenti per poter affrontare i momenti più duri della vita umana con dignità e nella legalità. Senza speculazioni, senza obiezioni di comodo e senza tirare fuori lo scandalo della piazza. Non sono anziane pettegole in coda alle poste, sono persone da noi tutti pagate, perché ci vengano forniti una serie di servizi fondamentali, quali strutture sociosanitarie, scuole e tribunali.

Cosa, poi, faccia più comodo all’andazzo delle borse europee, se sia meglio o peggio fare tanti o pochi bambini, se convenga sposarsi o se si possa voler morire, quello è tutto un altro paio di maniche. Per saperlo, basterebbe che un buon economista desse un’occhiata ai bilanci delle cliniche private, più complicato si renderebbe controllare quanto i matrimoni creino ricchezza e facciano circolare il soldo.

Non so voi, ma io preferisco, quasi quasi, non sapere. Preferisco progettare grandi piani con il mio portafogli mezzo vuoto in mano, preferisco il sacrificio e il lavoro quotidiano e preferisco ritornare a casa e sentire mille voci, ognuna che racconta la sua, preferisco ascoltare le etiche morali, ma di casa mia.

Ho rispolverato le vecchie foto, invece che ascoltare notizie su madri surrogate, su lesbiche e gay o sull’eutanasia, perché credo che lasciare una pesante trapunta di discrezione su questi argomenti sia il modo migliore per fare in modo che vengano comunemente accettate come qualcosa che, sia felice o triste, in nessun caso ci riguarda, finché non tocca a noi.

Credo che si debba portare maggior rispetto a chi soffre di un male da cui non siamo esenti, credo che, prima di citare nomi di estranei sentiti in TV, dovremmo ben considerare nomi a noi noti, di familiari e amici nostri.

Ho trovato alcune vecchie immagini sbiadite di mia madre, era una donna molto giovane, al tempo, con un carattere estremamente diverso dal mio, con un’altra forza, tutt’altre convinzioni. Oggi siamo due persone totalmente distinte l’una dall’altra . Eppure mi ha cresciuta lei e se dovessi avere la necessità di un consiglio di etica morale, non accetterei altri che il suo.

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