La triste storia di Zeno Cosini

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La triste storia di Zeno Cosini

Se qualcuno ha ancora fatto l’esatto contrario di ciò che pensava

Se qualcuno ha ancora riso del dolore e sofferto in giorni di sole

Se c è chi sa, chi sa benissimo, ma non vuole sapere, chi vuole fare finta che tutto sia come nella favola che si era raccontato da solo da bambino, chi continua, imperterrito, a non accettare quello che gli costerebbe troppo caro ammettere.

Chi riconosce nell’apatia la cura ad ogni male

Chi invidia gli idioti, ma non fa altro che chiedersi sempre nuovi perché

Chi è curioso e pigro al tempo stesso

Chi non riconosce i buoni e i cattivi, fatica a riconoscere i “suoi” e gli “altri”

Qualcuno che si senta appagato di autolesionismo, qualcuno che si copra la faccia di  crema antirughe, che fumi e accenda incensi.

Non è solo, non è un disgraziato e non è un fenomeno. Siamo bambini stravolti, abbiamo fatto il disegno più bello di sempre, ci abbiamo messo il cuore, il corpo, l’anima e qualcosa che non ho in mente. Poi abbiamo scoperto che, del nostro disegno, non fregava un cazzo a nessuno e, in fondo, nemmeno a noi. Abbiamo scoperto in ritardo la banalità del disegnare senza mai colorare.

L’amore è sacrificio

Perché la mia libertà non finisce, ma inizia dove inizia quella degli altri

Non sono passati molti anni da quei miei scatti di rabbia verso l’umano in sé.

Ho smesso da poco di stupirmi del razzismo di circostanza dei provinciali, dell’intolleranza generale che attornia gli educatori sociali, dell’ignoranza degli alternativi del centro sociale. Ho scoperto che c è del buono ovunque se cercato, anche in loro, magari, ecco, cercando bene bene nei casi limite. Ci sono dei perché, sempre e comunque.

Mi chiedo ancora perché la gente non capisca che se un cittadino francese da fuoco ad un campo profughi c è da preoccuparsi, è pericoloso più di quanto non lo sia il protagonista del caso di cronaca di turno e lo è per noi, a casa nostra, in Italia. Mi chiedo perché non si noti la lotta tra morti di fame che sta dietro a questo comportamento, ma, forse, ho cominciato a capire che ammettere certe paure non è facile e, forse, nemmeno tanto giusto.   Penso che celarsi dietro un “mandateli da dove sono venuti” sia solo un modo come un altro per dire “ho paura di diventare così”.

Spesso guardo le nonne del mio paese, vecchie, goffe e sempre fuori dalla panetteria a spettegolare del più e del meno. Penso che, un giorno, forse sarò così, qui o in ogni altra parte del mondo, perché mi sarà rimasta solo quella scusa per farmi una risata. Spero tanto di riuscire ad acquisire la saggezza di comportarmi come se la mia libertà cominciasse esattamente dove comincia quella degli altri.

Domenica notte

La fine per eccellenza. L’innovazione di conseguenza

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Capita spesso, la domenica sera, di essere pervasi da un senso di spossatezza.

Per molti, per quelli che distinguono la reale stanchezza dalla noia, la domenica notte si conclude tra sentimenti nostalgici, tra malinconie, oppure, all’opposto, in un entusiasmo euforico nell’organizzare il da farsi della settimana successiva. Perché?

Rieccoci accovacciati accanto alla stufa, una tazza di tè, programmi di attualità prolissi in TV, e, nel mio caso, una sensazione di malessere. No, questa volta non attribuisco colpe alla digestione lenta, ne ha già abbastanza. Questa volta cerco di dare un nome a questo disagio. Finisce qualcosa, si chiude una settimana che non ritornerà mai più indietro.

Di solito, tra noi amici si tira la giornata libera fino all’aperitivo, quando comincia a scendere il buio. Poi tutti a casa. Chi carica lavatrici, chi cucina pastasciutta per i prossimi sette giorni, chi si butta sul divano a guardare la televisione.

Io, a quell’ora di punta del fine settimana, sono sempre in auto. Guardo gli ultimi clienti dei bar, ancora fuori sul plateatico a bersi l’ultimo, osservo la famigliola davanti a me, i bambini piangono a squarciagola, stufi di correre appresso ai genitori mentre questi sbrigano le loro faccende.

Sono tra quelli che soffrono il distacco. Sono tra quelli che guardano questi tramonti con malinconia.

In fin dei conti, la domenica è il giorno dell’inventario, delle scalette, dei piani e degli esami di coscienza. Cosa si è fatto? Cosa si è concluso e, soprattutto, cosa resta di importante, nella scala delle priorità, da fare?

Ho imparato a giustificare la mia malinconia delle notti domenicali così. Non mi piacciono gli inventari, odio l’economia e l’organizzazione, ma soprattutto, nelle mie pretese letterario-giornalistiche, detesto il verbo “fare”. Troppo generico, vuol dire tutto o niente. I frutti del lavoro vanno colti alla fine della stagione, i risultati si godono dopo aver raggiunto il traguardo.

“Cosa fare” fa parte di una serie di supposizioni presuntuose che anche io credo di poter nero su bianco nel mio bell’elenco in agenda.

Sappiamo tutti che non andrà così, sappiamo che arriverà un altro fine settimana e che, se tutto andrà bene, sarà rimasto ancora tutto come ora, visto da qui, accovacciati accanto alla stufa.