Formazione continua

Se non lo sai, lo impari

“Chi non sa fare, insegna”. Chissà quale ancestrale leggenda alimenti da secoli questo luogo comune, ma sicuro che deve essere stata una gran storia per essere arrivata fino al nostro neonato 21 esimo secolo.

In questi ultimi anni, dopo aver sempre ricordato i banchi di scuola con noia e insofferenza, avrei voluto rivedere quei miei insegnanti intransigenti, quelli che controllavano i compiti per casa, gli antipatici, per ringraziarli della loro dedizione e della loro perseveranza nel lavoro, un entusiasmo gratuito per cui non si pesa uno stipendio, ma si inseguono traguardi giorno dopo giorno.

Imparare è, forse, il grande tormentone della generazione che oggi dovrebbe lavorare.

Non stiamo vivendo nessunissima corsa alla produzione, non abbiamo realmente bisogno di nulla, se non di quello che ci hanno detto essere indispensabile e che, in fin dei conti, sappiamo bene non esserlo.

Stiamo imparando tutti ad arrangiarci nel fare qualcosa per cui in altri tempi avremmo pagato qualcun altro o, molto semplicemente, stiamo imparando ciò che avremmo volentieri evitato.

Anche in queste provincie industriali, nate e morte intorno alla loro fabbrica, esiste una comunità soggetta ad incredibili fasi di metamorfosi. Immigrazione da tutto il mondo si è concentrata lungo viottoli di paese, fino a diventare parte integrante di un gruppo di lavoratori “in fase di aggiornamento”. Stanno tutti  cercando qualche cosa di nuovo, dal momento che “aggiornamento” è diventato presto “ricollocazione” e, in pochi anni, chi ha potuto si è messo al sicuro e chi non si è sbrigato, oppure è rimasto a prendere la sua parte di rischio, si trova, italiano o meno, senza lavoro. 

Eccomi, anche io, tra i cacciatori di un impiego ad ogni costo a gironzolare e ad incontrare personaggi che sembrano uscire dalle favole, uomini e donne con occhi lungimiranti e piedi per terra, che aiutano tutti noi ad imparare meglio.

 Mi si offre un’ aula di scuola, davanti a me solo donne e, tra queste, poche interessate alla mia lezione di inglese per principianti. Loro sono già bilingui o trilingui, hanno già viaggiato per il mondo e vivono la scena internazionale come qualcosa di estremamente routinario. Sanno bene come fare code in uffici postali, fotocopiare documenti per l’immensa famiglia, prenotare voli e imparare una lingua nuova.

Manca solo una spolverata di inglese per fare di loro una valida forza lavoro o anche solo clienti più selettive, viaggiatrici più furbe e mamme più preparate ad uno scenario mondiale.

Questo era il gioco e noi abbiamo giocato. Non basta correre per risolvere le situazioni, serve anche sedersi, ascoltare, pianificare e maturare idee realizzabili. E poi la corsa ricomincia. 

 

 

Se lo vuoi te lo regalo

Progetto “Cammini e Percorsi”.

Quando lo stato non solo si prende, ma restituisce

Si tratta di un progetto promosso da MIBACT e MIT volto a valorizzare tracciati di valore storico-culturale lungo tutto il Paese.

Stazioni, palazzi, spazi inutilizzati sono messi a disposizione all’interno di un bando di concorso consultabile sul sito dell’Agenzia del Demanio, alla voce “Cammini e percorsi”  nella sezione “Consultazioni pubbliche aperte”. Neo-imprenditori under 40, associazioni o cooperative  possono così usufruire di un immobile “in regalo”, previo accordo di renderlo produttivo per la collettività. Coloro che desiderano candidarsi non devono fare altro che compilare il questionario in rete. Sono ben 103 tra stabili, stazioni, edifici doganali di appartenenza dello Stato, Enti pubblici e Anas S.p.a e, per chi ci volesse fare qualcosa, sono lì.

Entro l’estate dovrebbero essere pubblicati dei bandi di gara per la loro concessione gratuita, nove più nove anni, o anche fino a cinquant’anni in concessione di valorizzazione.

Un piccolo passo avanti nel lungo cammino del turismo italiano, un turismo che cambia e che non offre più shopping di souvenir a Km “0”, ma sempre più esperienze e condivisione, un turismo più realistico e vicino a chi lo vive, più che alle vane aspettative dei Signori dei Grand Hotel.

Il concetto di Slow Travel nasce con la corrente di pensiero di consumo sostenibile, una mentalità che si sta diffondendo a macchia d’olio sulle nostre generazioni, bambini nati ricchi, che scelgono non tanto di non spendere, perché, di fatto, nessuno desidera privarsi del piacere, ma scelgono in modo più maturo e consapevole che cosa sia questo piacere e, di conseguenza, scelgono loro  dove e quando aprire il portafogli e, soprattutto, perché.

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Un altro primo maggio

Il senso comune è andato in pensione

Progetti per il week end del primo maggio.

Concerto, pic-nic con famiglia, verdi prati e barbecue. Siamo tutti un po’come i paesani che il vecchio Leopardi racconta nel Sabato del Villaggio, corri-corri collettivo in garage a rispolverare gli attrezzi da campeggio, le racchette da tennis per i bambini, chiama la sorella, la cugina con la famiglia numerosa, prenota il pranzo all’agriturismo fuoriporta e…

E sicuramente qualcuno scenderà pure in manifestazione. Qualcuno marcerà con qualche bandiera di questo o quel sindacato a rivendicare più diritti per i lavoratori e pane, vino e salamina per tutti. Ci sentiamo tutti un po’più operai in questa giornata. Ci sentiamo tutti quanti dei lavoratori, magari pure tra i malpagati, tra gli sfruttati e i repressi.

Il fatto è che pochi o sicuramente meno di tutti i presenti dietro le bandiere dei sindacati, lo sono davvero, lavoratori, operai, malpagati e repressi.

Siamo “cresciuti”. Siamo imprenditori di noi stessi, collaboratori autonomi, assunti a progetto. Insomma, non vediamo mai le stesse facce per più di pochi mesi. Siamo soli. Soli e sempre più individualisti. Vogliamo riempirci il piatto e poterci magari anche permettere l’abbonamento in palestra. Non ci interessano i nostri colleghi, i nostri compagni. Si è instaurato il meccanismo per cui più viene tolto al collega dell’altro turno e più ce n è per noi, più diritti per un “noi”, che è diventato un triste “io”.

Nella mia scarsa esperienza come lavoratrice ho sentito dire peste e corna su chiunque sia stato al mio fianco, eppure, servir caffè per servir caffè, mi sono sempre trovata con dei professionisti, esperti nel loro mestiere.

Peccato, però, che sia andata in pensione la fratellanza che legava i lavoratori tra di loro, erano amici, faticavano fianco a fianco, lottavano, sempre, l’uno per l’altro ed hanno ottenuto, così, i famosi “diritti”.

Poi hanno vinto loro, hanno vinto i padroni . Hanno vinto con la generazione di noi rampolli, tanto ingenui quanto pronti a tutto, pur di lavorare.

I dirigenti si coalizzano, fanno amicizia, creano tutta quella bella comunella da bar che una volta apparteneva al mondo operaio e fanno il loro gioco. Noi no, noi “collaboriamo in team”, ma non siamo pronti a difenderci l’un con l’altro.

Spero tanto di sbagliarmi, spero che chi mi leggerà mi smentisca con cognizione di causa.