“Business School of the World” dice di stare tutti a casa propria

Recenti studi dimostrano che chi non viaggia è più onesto

Non sono in tantissimi ad annunciare la scoperta di alcuni studiosi americani che avrebbero dimostrato come chi viaggia abbia più probabilità di non seguire le regole rispetto agli amatori del “km 0”.

Si capisce molto poco di questa scientificissima ricerca. Partendo da alcune voci proclamate dal Wall Street Journal, questi studiosi canadesi hanno effettuato una serie di test da cui risulterebbe che, su un dato numero di studenti, quelli che più avevano viaggiato avevano anche più imbrogliato.

Va da sé che lo scientificissimo caso è rimbalzato tra gli strizzacervelli della Vecchia Inghilterra, così lo psicologo, tale Ambridge, ha ben pensato di creare egli stesso un test “attitudinale”: quanto più di questo mondo hai visto, tanto più dubbia è la tua moralità. 

Non ci ho creduto moltissimo stamattina, quando ho alzato il volume della radio, ma è proprio così. In uno spettro lavorativo sempre più competitivo, in cui la reperibilità on-line è un obbligo e se non si conoscono almeno tre lingue conviene correre in Erasmus per non “perdere il treno”, qualcuno dice no, state a casa, magari con mamma, che è meglio.

Incredibile inversione di tendenza rispetto alla movida generale di conoscenze e di culture che fomenta negli ultimi anni. Anni in cui, non senza fatica, siamo riusciti a non farci mettere sotto nessuna croce e nessuna bandiera. 

Sta di fatto che la professionalità di una generazione “avvezza agli aeroporti” porta con sé una serie di pro e di contro. Abbiamo il potere di leggere in più di una lingua, possiamo comprare diversi prodotti e al prezzo che più ci conviene, possiamo lavorare quasi ovunque e, se non possiamo ancora usufruire del teletrasporto, abbiamo tutti Skype, comunichiamo gratis dall’altra parte del mondo e forse, ecco, non abbiamo ancora ben chiaro cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

Sicuramente chi ha progettato, nel paleolitico degli anni ’60, delle fabbriche immense con pannelli in amianto aveva una morale ineccepibile e non c’è dubbio che chi ha contaminato le acque di mezza Italia ha sempre lasciato in beneficenza cinquanta Euro alla “pesca” di Ferragosto. In fin dei conti, si sa, nella maggior parte delle culture mondiali il defunto è sempre un santo, o, se non lo era, adesso lo è.

Insomma, il nostro amico Ambridge vorrebbe sottoporci tutti ad un “test” di coscienza: Quanti paesi conosci? Sappi che, quanto più di avvicini alla soglia di cinquanta, tanto più non dovresti essere una brava persona.

http://elpaissemanal.elpais.com/documentos/trotamundos/

 

La playa

“Aunque encontraran vuestros cadáveres descuartizados a la orilla del río por el río no sois vivos ni muertos, no sois nada por el río” “La casa de la fuerza” Angélica Liddel.

 

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Foto di “La marea. Y los peces salieron a combatir conra los hombres”. Angélica Liddel

Non è la prima volta che la cronaca di tutti i giorni ci lancia l’ennesima immagine di uno sbarco di clandestini. È una scena quotidiana, dei disperati arrivano in spiaggia a Cádiz.

Qualcuno si arrabbia, si chiede cosa vogliano questi proprio qui, dove non c è lavoro e si sta già abbastanza male, qualcuno vorrebbe accorrere in loro aiuto, vorrebbe dargli da mangiare un panino e dare loro un passaggio all’ospedale.

Qualcuno si chiede perché. Verranno qui per alimentare il business dell’immigrazione clandestina? Verranno qui per toglierci il pane di bocca? Verranno qui giusto per non lasciarsi uccidere o morire di fame?

Il pubblico televisivo si volta a guardare l’immagine del bambino che piange e grida allo scandalo di fronte a scene di cadaveri e bombardamenti come farebbe per le foto di questa o quella velina in vacanza, ma forse una piccola voce nella coscienza dice “meno male che non sono io”.

Noi in vacanza, a bere Gin Tonic e a leggere settimanali sulle diete per la prova costume e gli immigrati, che solo sono euforici nel vedere terra ferma. 

Noi occidentali possiamo dire la nostra opinione su questo dato di fatto. Possiamo dire che non ci importa nulla di questi “poveri” o che ci dispiace, ma non possiamo, realmente, fare altro. Se fossimo degli alieni e guardassimo il genere umano da uno sguardo esterno, sarebbe probabile che non vedessimo molte differenze tra noi e loro. Noi abbiamo solo avuto la fortuna di nascere dove il cibo si compra, dove ci sono anche troppe case, dove i ritmi della giornata vengono scanditi da cicli di produzione. Noi, però, non siamo così liberi, di fatto, di ribellarci alla nostra società.

Se da un giorno all’altro perdessimo il nostro lavoro, ci si rompesse la macchina, fallissero tutte le banche e ci ritrovassimo tutti senza un soldo in tasca? Cosa faremmo? 

Non lo sappiamo, ma di sicuro nulla di consapevole.Potremmo rubare. potremmo ucciderci tra di noi. Non lo sappiamo e non vogliamo saperlo.

Un tempo, quando i nostri avi non si lavavano se non in occasioni speciali, esisteva il Re.  Tutti gli altri erano uguali. Tutti mangiavano polenta, avevano due capi d’abbigliamento, dormivano nelle stesse brande e si sposavano tra loro, alimentando così un ciclo-vita che arriva fino ad oggi. Oggi viviamo le nostre vacanze in spiaggia e godiamo dei nostri benefit, ma non siamo più o meno liberi di scegliere le sorti degli immigrati clandestini. Ancora una volta, siamo spettatori accondiscendenti di uno spettacolo che  ci limitiamo a guardare, ancora una volta, chiacchieriamo al bar di qualcosa che non sappiamo. Non conosciamo le ragioni e gli interessi di un fenomeno che muove i nostri sentimenti, buoni o cattivi che siano, non conosciamo nemmeno quello che ci circonda, non sappiamo cosa ci danno da mangiare, né cosa respiriamo durante i nostri turni di lavoro, sappiamo che i nostri diritti sono scritti in questa o quella normativa, ma la nostra coscienza non può niente di niente.

Noi, come loro, siamo il fondo della piramide sociale. Chi sceglie dove investiamo i nostri capitali, se studiamo astronomia o se possiamo comprarci il Colosseo, pensa bene a come farci obbedire senza farci fare troppi capricci.

Chi dice a questi uomini, a queste donne e a questi bambini che vale la pena imbarcarsi su un gommone per l’Europa non è razzista, non gliene frega niente del loro colore, del loro credo, delle loro coscienze.

Chi dorme la notte su un letto che proviene da dei morti annegati serberebbe lo stesso identico trattamento a noi. Chi si sveglia la mattina e non ascolta nemmeno la notizia su un numero indefinito di morti in mare non ci porta via il lavoro, non si fa nemmeno esplodere in piazza per questa o quell’idea. Chi ha il potere di scegliere se far morire dei padri di famiglia o meno ha bisogno di una giustificazione in più, che vada ben oltre quella voce che dice “meno male che non sono io”.

 

 

Poemas pa nun ser lleídos, llibru de Francisco J. Pozuelo

Na lluna hai una vieya filando

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I.- Fran Pozuelo, bien conocíu en Llión cumo investigador de la nuesa cultura popular, músicu y luthier d’instrumentos tradicionales llioneses, acaba de publicar el sou primer llibru Poemas pa nun ser lleídos, un intensu poemariu del que ya se conocían dalgunas poesías aparecidas nel Diario de León. La obra, de tastu esistencialista, recurre obsesivamente nas distintas composiciones que la conforman a tópicos cumo la nueite o la muerte, a veces esplícitamente y n’ocasiones por aciu de la metáfora, inclusive en poemas que parecen tener cumo tresfondu l’amor, o, seique meyor, el desamor y la incertidume. Los poemas están resueltos d’un xeitu un tanticu crípticu, anque eso nun quita pa que seyamos quien a ver l’estáu de desasosiegu vital que denota la obra; en todu casu, el propiu autor ofrez una esplicación sentimental de la sua poesía al final del llibru. Rescampla l’usu curiosu de la llingua, mui correcta y…

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Agosto sostenibile?

Il valore di una vacanza è lo stesso per tutti

Alta, altissima, stagione. Prezzi di hotel e bed and breakfast alle stelle, ancora non si è sparsa la notizia dell’aumento del costo del carburante, ma già ce lo aspettiamo entro una decina di giorni.

Trovo questa colazione piuttosto sconsolata nel leggere tra i sottotitoli del TG:”Venezia. La nuova Disneyland”. Certo è che Disneyland rimane il sogno indiscusso dei nostri piccoli, ma perché noi adulti siamo attratti dalla massa e, poi, la respingiamo?

Ho visitato Venezia più volte e l’ultima con la mia amica fijiana il giorno della vigilia di Natale, abbiamo gozzovigliato per tutta la città quasi indisturbate e ci siamo godute tutta la bellezza della più inverosimile di ogni città. Oggi i telegiornali denunciano il malcontento dei veneziani, assediati da una moltitudine umana che non gestiscono e che, spesso e volentieri, crea danni e sporcizia all’interno di una fragile isola.

D’altro canto, se non esistesse un consolidato business sul turismo, di questa Regina del Mediterraneo non rimarrebbe che un porto degradato e un evidente spreco di beni culturali dal valore innestimabile. In questo caso entrano in gioco la lungimiranza e l’ intelligenza delle varie amministrazioni comunali e, prima ancora di esse, la coscienza di quelli che furono i signori di Venezia. E la nostra coscienza civica, che è gratis e porta solo beneficio per tutti?

Non riusciamo proprio a ricordare le buone maniere quando siamo fermi alla biglietteria del treno, quando siamo bloccati in aeroporto o, più semplicemente, quando ci troviamo “nel gruppo”. Lo dimostrano le spiagge di Rimini dopo gli Happy Hour, le piazze dopo i concerti all’aperto e, secondo me, le espressioni colorite locali dei netturbini della nettezza urbana alle cinque del mattino.

Eppure sembra che più una località sia sovraffollata, più acquisti valore. Più probabilità abbiamo di non trovare un letto dove dormire a Gallipoli, più Gallipoli diventa la meta assoluta per le vacanze di milioni di persone.

Forse abbiamo fatto dei caldi mesi estivi una trasposizione in chiave moderna del leopardiano “Sabato del villaggio”. Scatta lo stress da chiusura dell’ufficio, il panico da prenotazioni a Questoquell’hotel, la crisi famigliare da suoceri e il calo degli zuccheri post-coda autostradale.

Ogni anno ci si sbizzarrisce sempre di più con quelle che appaiono originali idee-viaggio, ma non lo sono. Il tutto si traduce in  puntuali alla congestione di tratti stradali e aeroportuali, a risse nei parcheggi, insulti ai vicini d’ombrellone e atteggiamenti imbarazzanti al bar.

Sembra che non impariamo mai dalle nostre comuni esperienze, sembra che più si accumulino elementi molesti, più aumenti la voglia di prendere parte ad un gomitolo umano che srotola  il peggio che è in noi.

Eppure, se i nostri meritati giorni di riposo cascano proprio in concomitanza a quelli di altre migliaia di lavoratori, esisterà una maniera più adeguata e civile di convivere? Se è poi così vero che ci piace andare dove vanno tutti, allora sapremo far fronte alle conseguenze che questo comporta? Può essere che, in fin dei conti, ci sentiamo nel pieno della nostra comfort zone nel comportarci, anche in ferie, come nella più disastrosa delle mattine sulla metro di Milano?

Può essere che ci faccia sentire migliori vedere altra gente intorno a noi che getta rifiuti dove capita, che blocca le biglietterie dei  mezzi pubblici con le più disparate lamentele, che si mette a gridare per sedersi ad un tavolino del bar e che crea disagi ai caselli in autostrada?