Agosto sostenibile?

Il valore di una vacanza è lo stesso per tutti

Alta, altissima, stagione. Prezzi di hotel e bed and breakfast alle stelle, ancora non si è sparsa la notizia dell’aumento del costo del carburante, ma già ce lo aspettiamo entro una decina di giorni.

Trovo questa colazione piuttosto sconsolata nel leggere tra i sottotitoli del TG:”Venezia. La nuova Disneyland”. Certo è che Disneyland rimane il sogno indiscusso dei nostri piccoli, ma perché noi adulti siamo attratti dalla massa e, poi, la respingiamo?

Ho visitato Venezia più volte e l’ultima con la mia amica fijiana il giorno della vigilia di Natale, abbiamo gozzovigliato per tutta la città quasi indisturbate e ci siamo godute tutta la bellezza della più inverosimile di ogni città. Oggi i telegiornali denunciano il malcontento dei veneziani, assediati da una moltitudine umana che non gestiscono e che, spesso e volentieri, crea danni e sporcizia all’interno di una fragile isola.

D’altro canto, se non esistesse un consolidato business sul turismo, di questa Regina del Mediterraneo non rimarrebbe che un porto degradato e un evidente spreco di beni culturali dal valore innestimabile. In questo caso entrano in gioco la lungimiranza e l’ intelligenza delle varie amministrazioni comunali e, prima ancora di esse, la coscienza di quelli che furono i signori di Venezia. E la nostra coscienza civica, che è gratis e porta solo beneficio per tutti?

Non riusciamo proprio a ricordare le buone maniere quando siamo fermi alla biglietteria del treno, quando siamo bloccati in aeroporto o, più semplicemente, quando ci troviamo “nel gruppo”. Lo dimostrano le spiagge di Rimini dopo gli Happy Hour, le piazze dopo i concerti all’aperto e, secondo me, le espressioni colorite locali dei netturbini della nettezza urbana alle cinque del mattino.

Eppure sembra che più una località sia sovraffollata, più acquisti valore. Più probabilità abbiamo di non trovare un letto dove dormire a Gallipoli, più Gallipoli diventa la meta assoluta per le vacanze di milioni di persone.

Forse abbiamo fatto dei caldi mesi estivi una trasposizione in chiave moderna del leopardiano “Sabato del villaggio”. Scatta lo stress da chiusura dell’ufficio, il panico da prenotazioni a Questoquell’hotel, la crisi famigliare da suoceri e il calo degli zuccheri post-coda autostradale.

Ogni anno ci si sbizzarrisce sempre di più con quelle che appaiono originali idee-viaggio, ma non lo sono. Il tutto si traduce in  puntuali alla congestione di tratti stradali e aeroportuali, a risse nei parcheggi, insulti ai vicini d’ombrellone e atteggiamenti imbarazzanti al bar.

Sembra che non impariamo mai dalle nostre comuni esperienze, sembra che più si accumulino elementi molesti, più aumenti la voglia di prendere parte ad un gomitolo umano che srotola  il peggio che è in noi.

Eppure, se i nostri meritati giorni di riposo cascano proprio in concomitanza a quelli di altre migliaia di lavoratori, esisterà una maniera più adeguata e civile di convivere? Se è poi così vero che ci piace andare dove vanno tutti, allora sapremo far fronte alle conseguenze che questo comporta? Può essere che, in fin dei conti, ci sentiamo nel pieno della nostra comfort zone nel comportarci, anche in ferie, come nella più disastrosa delle mattine sulla metro di Milano?

Può essere che ci faccia sentire migliori vedere altra gente intorno a noi che getta rifiuti dove capita, che blocca le biglietterie dei  mezzi pubblici con le più disparate lamentele, che si mette a gridare per sedersi ad un tavolino del bar e che crea disagi ai caselli in autostrada?

 

 

 

 

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