la malaria che tira

Il virus dell’ignoranza. Una sfida che si gioca tra i banchi di scuola

Ci sono giornate, come oggi, in cui fin dal primo mattino rimpiango i tempi in cui la popolazione viveva senza il televisore, non sentiva la radio nemmeno per sbaglio al bar e, se era interessato a qualche notizia, se la doveva comprare in edicola.

Ebbene, mi auguro che stamattina tutti i lettori di “Libero”siano stati adeguatamente informati su questi neri che portano le malattie, sono sporchi e rubano. Lo sapevano già e lo hanno sempre saputo. Non sapevano, però, della cronaca triste della morte di una bambina ed ora sanno che “è colpa dei neri”, perché portano la malaria . Conclusioni elementari date da notizie manchevoli di peso informativo.

Parlare di una malattia a noi italiani non estranea, come la malaria, esigerebbe quantomeno un briciolo di vaga informazione su ciò di cui si sta parlando.

Di fatto, si tratta di un parassita che vive in zone umide e si trasmette per via ematica. Da qui entrano in gioco le zanzare, che lo trasmettono con la loro puntura. Una volta insediatosi, il parassita continua a vivere e a trasmettersi tra umani, la cui miglior difesa è il vaccino, che rende l’organismo immune agli effetti dell’ infezione.

Il fatto che ci siano dei malati di malaria qui, in Italia, non lascia sonni tranquilli alle famiglie, che portano a scuola i figli nella speranza che non contraggano la malattia. Tutte le famiglie, nere e bianche, perché, di fatto, la malaria è pericolosa per tutti e nessuno se la vuole prendere.

Ognuno di noi, poi, sceglie a chi affidare la propria fiducia. Le chiacchiere di mille giornali non varranno mai il consulto di un medico, l’intervista in TV al primario della clinica San Qualcosa non verrà mai ascoltata come la pronta risposta di uno specialista alle mille domande di un genitore sulla salute dei propri figli.

Questi casi di malaria sulla bocca di tutti fanno capo ad una situazione. Si parla dell’ospedale di Trento, dove tutti i giorni si stanno curando dei bambini, se lo si stia facendo nel migliore dei modi sarà ampiamente messo in discussione da chi di dovere, non certo da tre righe di giornale. Si parla di un evento tragico, di un lutto familiare che sicuramente non dovrebbe stare sulla bocca di tutti, ma avvolto da un rispetto collettivo se non da un opportuno e religioso silenzio. 

Ci sono giornate in cui fatico a gioire delle piccole cose, come il vedere i gruppi ragazzini con lo zainetto alle pensiline dell’autobus, ci sono giorni in cui non posso fare a meno di notare come i primi giorni di scuola siano tutto meno che ricchi di entusiasmo e quaderni nuovi, ma solo di paure, incertezze e di conseguenti pregiudizi.                          Mi chiedo perché debbano essere strumentalizzati e brutalmente “usati” i nostri affetti più cari, perché veniamo orientati passivamente all’odio razziale o all’intolleranza gratuita con la vile scusa di proteggere i “nostri” bambini, bambini che cresceranno in un secondo, con un mondo intorno intorno a loro da cui dovranno estrapolare da soli le loro verità.

L’unica verità che ho visto io stamattina in questi titoli di cronaca è la strumentalizzazione dei nostri sentimenti più umani e lo sfruttamento a dir poco commerciale dei nostri valori familiari.

Non c è nessun untore, solo genitori preoccupati e medici che fanno il loro lavoro. Non esiste l’uomo nero e le malattie non cadono dagli alberi, esiste solo la paura e la perdita di senso critico verso chiacchiere da bar, che lì dovrebbero restare.

 

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“Business School of the World” dice di stare tutti a casa propria

Recenti studi dimostrano che chi non viaggia è più onesto

Non sono in tantissimi ad annunciare la scoperta di alcuni studiosi americani che avrebbero dimostrato come chi viaggia abbia più probabilità di non seguire le regole rispetto agli amatori del “km 0”.

Si capisce molto poco di questa scientificissima ricerca. Partendo da alcune voci proclamate dal Wall Street Journal, questi studiosi canadesi hanno effettuato una serie di test da cui risulterebbe che, su un dato numero di studenti, quelli che più avevano viaggiato avevano anche più imbrogliato.

Va da sé che lo scientificissimo caso è rimbalzato tra gli strizzacervelli della Vecchia Inghilterra, così lo psicologo, tale Ambridge, ha ben pensato di creare egli stesso un test “attitudinale”: quanto più di questo mondo hai visto, tanto più dubbia è la tua moralità. 

Non ci ho creduto moltissimo stamattina, quando ho alzato il volume della radio, ma è proprio così. In uno spettro lavorativo sempre più competitivo, in cui la reperibilità on-line è un obbligo e se non si conoscono almeno tre lingue conviene correre in Erasmus per non “perdere il treno”, qualcuno dice no, state a casa, magari con mamma, che è meglio.

Incredibile inversione di tendenza rispetto alla movida generale di conoscenze e di culture che fomenta negli ultimi anni. Anni in cui, non senza fatica, siamo riusciti a non farci mettere sotto nessuna croce e nessuna bandiera. 

Sta di fatto che la professionalità di una generazione “avvezza agli aeroporti” porta con sé una serie di pro e di contro. Abbiamo il potere di leggere in più di una lingua, possiamo comprare diversi prodotti e al prezzo che più ci conviene, possiamo lavorare quasi ovunque e, se non possiamo ancora usufruire del teletrasporto, abbiamo tutti Skype, comunichiamo gratis dall’altra parte del mondo e forse, ecco, non abbiamo ancora ben chiaro cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.

Sicuramente chi ha progettato, nel paleolitico degli anni ’60, delle fabbriche immense con pannelli in amianto aveva una morale ineccepibile e non c’è dubbio che chi ha contaminato le acque di mezza Italia ha sempre lasciato in beneficenza cinquanta Euro alla “pesca” di Ferragosto. In fin dei conti, si sa, nella maggior parte delle culture mondiali il defunto è sempre un santo, o, se non lo era, adesso lo è.

Insomma, il nostro amico Ambridge vorrebbe sottoporci tutti ad un “test” di coscienza: Quanti paesi conosci? Sappi che, quanto più di avvicini alla soglia di cinquanta, tanto più non dovresti essere una brava persona.

http://elpaissemanal.elpais.com/documentos/trotamundos/

 

La playa

“Aunque encontraran vuestros cadáveres descuartizados a la orilla del río por el río no sois vivos ni muertos, no sois nada por el río” “La casa de la fuerza” Angélica Liddel.

 

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Foto di “La marea. Y los peces salieron a combatir conra los hombres”. Angélica Liddel

Non è la prima volta che la cronaca di tutti i giorni ci lancia l’ennesima immagine di uno sbarco di clandestini. È una scena quotidiana, dei disperati arrivano in spiaggia a Cádiz.

Qualcuno si arrabbia, si chiede cosa vogliano questi proprio qui, dove non c è lavoro e si sta già abbastanza male, qualcuno vorrebbe accorrere in loro aiuto, vorrebbe dargli da mangiare un panino e dare loro un passaggio all’ospedale.

Qualcuno si chiede perché. Verranno qui per alimentare il business dell’immigrazione clandestina? Verranno qui per toglierci il pane di bocca? Verranno qui giusto per non lasciarsi uccidere o morire di fame?

Il pubblico televisivo si volta a guardare l’immagine del bambino che piange e grida allo scandalo di fronte a scene di cadaveri e bombardamenti come farebbe per le foto di questa o quella velina in vacanza, ma forse una piccola voce nella coscienza dice “meno male che non sono io”.

Noi in vacanza, a bere Gin Tonic e a leggere settimanali sulle diete per la prova costume e gli immigrati, che solo sono euforici nel vedere terra ferma. 

Noi occidentali possiamo dire la nostra opinione su questo dato di fatto. Possiamo dire che non ci importa nulla di questi “poveri” o che ci dispiace, ma non possiamo, realmente, fare altro. Se fossimo degli alieni e guardassimo il genere umano da uno sguardo esterno, sarebbe probabile che non vedessimo molte differenze tra noi e loro. Noi abbiamo solo avuto la fortuna di nascere dove il cibo si compra, dove ci sono anche troppe case, dove i ritmi della giornata vengono scanditi da cicli di produzione. Noi, però, non siamo così liberi, di fatto, di ribellarci alla nostra società.

Se da un giorno all’altro perdessimo il nostro lavoro, ci si rompesse la macchina, fallissero tutte le banche e ci ritrovassimo tutti senza un soldo in tasca? Cosa faremmo? 

Non lo sappiamo, ma di sicuro nulla di consapevole.Potremmo rubare. potremmo ucciderci tra di noi. Non lo sappiamo e non vogliamo saperlo.

Un tempo, quando i nostri avi non si lavavano se non in occasioni speciali, esisteva il Re.  Tutti gli altri erano uguali. Tutti mangiavano polenta, avevano due capi d’abbigliamento, dormivano nelle stesse brande e si sposavano tra loro, alimentando così un ciclo-vita che arriva fino ad oggi. Oggi viviamo le nostre vacanze in spiaggia e godiamo dei nostri benefit, ma non siamo più o meno liberi di scegliere le sorti degli immigrati clandestini. Ancora una volta, siamo spettatori accondiscendenti di uno spettacolo che  ci limitiamo a guardare, ancora una volta, chiacchieriamo al bar di qualcosa che non sappiamo. Non conosciamo le ragioni e gli interessi di un fenomeno che muove i nostri sentimenti, buoni o cattivi che siano, non conosciamo nemmeno quello che ci circonda, non sappiamo cosa ci danno da mangiare, né cosa respiriamo durante i nostri turni di lavoro, sappiamo che i nostri diritti sono scritti in questa o quella normativa, ma la nostra coscienza non può niente di niente.

Noi, come loro, siamo il fondo della piramide sociale. Chi sceglie dove investiamo i nostri capitali, se studiamo astronomia o se possiamo comprarci il Colosseo, pensa bene a come farci obbedire senza farci fare troppi capricci.

Chi dice a questi uomini, a queste donne e a questi bambini che vale la pena imbarcarsi su un gommone per l’Europa non è razzista, non gliene frega niente del loro colore, del loro credo, delle loro coscienze.

Chi dorme la notte su un letto che proviene da dei morti annegati serberebbe lo stesso identico trattamento a noi. Chi si sveglia la mattina e non ascolta nemmeno la notizia su un numero indefinito di morti in mare non ci porta via il lavoro, non si fa nemmeno esplodere in piazza per questa o quell’idea. Chi ha il potere di scegliere se far morire dei padri di famiglia o meno ha bisogno di una giustificazione in più, che vada ben oltre quella voce che dice “meno male che non sono io”.

 

 

Poemas pa nun ser lleídos, llibru de Francisco J. Pozuelo

Na lluna hai una vieya filando

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I.- Fran Pozuelo, bien conocíu en Llión cumo investigador de la nuesa cultura popular, músicu y luthier d’instrumentos tradicionales llioneses, acaba de publicar el sou primer llibru Poemas pa nun ser lleídos, un intensu poemariu del que ya se conocían dalgunas poesías aparecidas nel Diario de León. La obra, de tastu esistencialista, recurre obsesivamente nas distintas composiciones que la conforman a tópicos cumo la nueite o la muerte, a veces esplícitamente y n’ocasiones por aciu de la metáfora, inclusive en poemas que parecen tener cumo tresfondu l’amor, o, seique meyor, el desamor y la incertidume. Los poemas están resueltos d’un xeitu un tanticu crípticu, anque eso nun quita pa que seyamos quien a ver l’estáu de desasosiegu vital que denota la obra; en todu casu, el propiu autor ofrez una esplicación sentimental de la sua poesía al final del llibru. Rescampla l’usu curiosu de la llingua, mui correcta y…

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Agosto sostenibile?

Il valore di una vacanza è lo stesso per tutti

Alta, altissima, stagione. Prezzi di hotel e bed and breakfast alle stelle, ancora non si è sparsa la notizia dell’aumento del costo del carburante, ma già ce lo aspettiamo entro una decina di giorni.

Trovo questa colazione piuttosto sconsolata nel leggere tra i sottotitoli del TG:”Venezia. La nuova Disneyland”. Certo è che Disneyland rimane il sogno indiscusso dei nostri piccoli, ma perché noi adulti siamo attratti dalla massa e, poi, la respingiamo?

Ho visitato Venezia più volte e l’ultima con la mia amica fijiana il giorno della vigilia di Natale, abbiamo gozzovigliato per tutta la città quasi indisturbate e ci siamo godute tutta la bellezza della più inverosimile di ogni città. Oggi i telegiornali denunciano il malcontento dei veneziani, assediati da una moltitudine umana che non gestiscono e che, spesso e volentieri, crea danni e sporcizia all’interno di una fragile isola.

D’altro canto, se non esistesse un consolidato business sul turismo, di questa Regina del Mediterraneo non rimarrebbe che un porto degradato e un evidente spreco di beni culturali dal valore innestimabile. In questo caso entrano in gioco la lungimiranza e l’ intelligenza delle varie amministrazioni comunali e, prima ancora di esse, la coscienza di quelli che furono i signori di Venezia. E la nostra coscienza civica, che è gratis e porta solo beneficio per tutti?

Non riusciamo proprio a ricordare le buone maniere quando siamo fermi alla biglietteria del treno, quando siamo bloccati in aeroporto o, più semplicemente, quando ci troviamo “nel gruppo”. Lo dimostrano le spiagge di Rimini dopo gli Happy Hour, le piazze dopo i concerti all’aperto e, secondo me, le espressioni colorite locali dei netturbini della nettezza urbana alle cinque del mattino.

Eppure sembra che più una località sia sovraffollata, più acquisti valore. Più probabilità abbiamo di non trovare un letto dove dormire a Gallipoli, più Gallipoli diventa la meta assoluta per le vacanze di milioni di persone.

Forse abbiamo fatto dei caldi mesi estivi una trasposizione in chiave moderna del leopardiano “Sabato del villaggio”. Scatta lo stress da chiusura dell’ufficio, il panico da prenotazioni a Questoquell’hotel, la crisi famigliare da suoceri e il calo degli zuccheri post-coda autostradale.

Ogni anno ci si sbizzarrisce sempre di più con quelle che appaiono originali idee-viaggio, ma non lo sono. Il tutto si traduce in  puntuali alla congestione di tratti stradali e aeroportuali, a risse nei parcheggi, insulti ai vicini d’ombrellone e atteggiamenti imbarazzanti al bar.

Sembra che non impariamo mai dalle nostre comuni esperienze, sembra che più si accumulino elementi molesti, più aumenti la voglia di prendere parte ad un gomitolo umano che srotola  il peggio che è in noi.

Eppure, se i nostri meritati giorni di riposo cascano proprio in concomitanza a quelli di altre migliaia di lavoratori, esisterà una maniera più adeguata e civile di convivere? Se è poi così vero che ci piace andare dove vanno tutti, allora sapremo far fronte alle conseguenze che questo comporta? Può essere che, in fin dei conti, ci sentiamo nel pieno della nostra comfort zone nel comportarci, anche in ferie, come nella più disastrosa delle mattine sulla metro di Milano?

Può essere che ci faccia sentire migliori vedere altra gente intorno a noi che getta rifiuti dove capita, che blocca le biglietterie dei  mezzi pubblici con le più disparate lamentele, che si mette a gridare per sedersi ad un tavolino del bar e che crea disagi ai caselli in autostrada?

 

 

 

 

Ognuno a casa sua?

 

Esattamente un anno fa entravo nella mia nuova casa con la ripromessa che, stavolta, ci sarei rimasta. Il fioretto è durato solo pochi mesi, il tempo di scovare uno zaino più o meno adatto a lunghi walking tour. Passa il tempo e daccapo, scatta la voglia incontenibile di viaggio. Eccomi qui, che invece che dedicarmi alla cura del mio nido e alle ricette dei biscotti, rovisto tra i cestoni alla ricerca di zaini, e, purtroppo, in Comune, a richiedere chissà quali documenti per l’espatrio.

Ho scoperto da pochi giorni che, per ottenere un passaporto regolare quale cittadina europea, avrei dovuto “spionaggiare” alle prime luci dell’alba il sito della questura della mia città con un larghissimo anticipo, lasciare le impronte ed aspettare il NULLA OSTA. Questa indispensabile procedura va sbrigata mesi e mesi prima dell’espatrio e non senza aver versato gli opportuni contributi (versamento postale di 42,50 euro e marca da bollo da 73,50 euro).

Questo minuscolo adempimento fa parte dei tanti piccoli obblighi del cittadino europeo, un benestante, un riccone che va in vacanza, tutelato da opportuni organismi di Stato.

Proviamo anche solo a pensare a cosa potrebbe costarci non essere L’Europa. 

Acquistare dall’estero si sa, comporta spese di spedizione più alte di quanto non siano già previste per le spese “in loco”. Chi legge libri in lingua straniera, come me ed altri migliaia di residenti in Italia che parlano un’altra lingua o che la studiano, spesso trova in rete testi a pochissimi euro. Costi aggiuntivi pari a tre volte tanto il valore dello stesso pacco postale.

Siamo nel post-capitalismo, siamo la generazione che tutto ha potuto, che tutto ha visitato, studiato, comprato e… E per farmi spedire un libro in inglese dovrei far fronte a quindici euro di spese di spedizione per un acquisto pari a due euro e cinquanta.

Stiamo navigando in un mondo piccolo, dove veniamo istigati ad una competizione globale, dove tutti perdiamo ore ed ore fissi sugli schermi degli I-phone, ma vogliamo chiudere le frontiere.

 

 

La misura della fede

Perché nessunissimo dio ci ha donato la miscredenza

 

Ho sempre difeso a spada tratta il mio non credere a nessuna religione.

Mi guardo intorno e mi sento fortunata, nonostante non mi sia risparmiata sofferenza e dolore, come chiunque altro. Distruzione, sconfitta e morte accomunano tutti, bacia-banchi e banchieri, dissidenti e dandy sui Maserati.

Siamo tutti uguali agli occhi della Natura Madre, siamo tutti bambini che, quando vengono scoperti con le dita nella marmellata, si prendono una bella strigliata. Tutti, nessuno escluso.

Ingiustizie? Sì, tante, ma siamo in tanti, subiamo e seguiamo la legge del più forte e la chiamiamo ingiustizia solo in questo secondo caso.

Da tutti gli anni che ho credo nella non-fede, credo che ci si debba meritare il novanta percento di quello che si ha e il restante dieci, che è amore incondizionato, ce lo si deve comunque o cercare o tenere molto stretto. Credo strenuamente in ciò che osservo fino alla fine, a ciò che conosco.

Ieri sera, mentre uscivo da uno dei miei teatri preferiti, stabili fuori moda colmi di ricordi spensierati, guardo la persona che mi è a fianco e mi accorgo, forse per la prima volta, della sua dimensione di fede. Lo stesso Canali che a me era piaciuto da morire non ha dato pari emozione ad uno stesso identico umano seduto lì, in parte a me e no, non lo so cosa gli abbia trasmesso, non lo so e non lo posso sapere.

Credo nella personale dimensione di spirito che ognuno di noi sceglie di coltivare, credo nel giardino dei nostri sensi e dei nostri valori, credo nel sacrificio dell’amore di ogni giorno e per tutto il giorno, credo nel fine che giustifica i mezzi e credo ancora in quel Charles Darwin, che guardava le tartarughe correre verso il mare e mi piace pensare che, qualche volta, si sia anche commosso.